Violenza: la risposta indiana al COVID-19

di Pompeo Borlone




Con una popolazione di un miliardo e 300 milioni di abitanti, l’India è il secondo Paese per numero di persone dopo la vicina Cina, con la quale condivide oltre 3,500 chilometri di confine. Uno Stato ricco di diseguaglianze e di contraddizioni si prepara ad affrontare l’emergenza del Covid-19, proveniente dal grosso vicino orientale, chiudendo le frontiere e limitando l’afflusso di turisti e merci provenienti dall’estero. Oltre a ciò, in data 23 marzo 2020 il primo ministro indiano, Narendra Modi, ha improvvisamente annunciato la volontà di chiudere l’intero Paese, obbligando cittadini e lavoratori a non oltrepassare la soglia di casa. Tuttavia, in una Nazione dove quasi tre quarti della popolazione vive sotto la soglia minima di povertà, per molti questo “lockdown” significherebbe morire di fame. Una situazione ritenuta inaccettabile, che ha costretto molti cittadini a non rispettare le norme imposte per motivi di necessità.


La risposta del governo, però, non si è fatta aspettare: al “lockdown” nazionale è seguito l’incarico assegnato alla polizia di mantenere l’ordine, mansione svolta dando sfogo alla violenza. Questa situazione brutale trova un precedente nelle proteste sulla nuova legge di cittadinanza dello scorso dicembre, nella cui gestione si è fatto un uso ingiustificato della forza da parte della polizia, causando nove vittime tra i manifestanti. E i fatti di quei giorni sembrano riproporsi in modo similare in questo grave momento di emergenza, come si può vedere da video e foto che appaiono sotto i nostri occhi tramite la televisione, i giornali e i social: la polizia gira con il “lathi”, un lungo bastone usato dagli agenti di pubblica sicurezza, prendendo di mira chiunque si aggiri a piedi o in moto per strada. Nessuno viene risparmiato, venendo arrestati anche i lavoratori autorizzati e saltuariamente persino gli stessi medici. Gli abusi della polizia vengono denunciati dai media nazionali ed esteri, ma fino ad ora non sembra che vi sia alcun provvedimento che miri a limitare il problema, anzi. Infatti, In assenza di una chiara politica, i migranti sono stati lasciati ai capricci della polizia. E ci sono casi in cui la polizia li tratta in modo disumano. È il caso di Suresh Shah e di suo fratello, Ramprasad, due venditori ambulanti di verdure in un sobborgo di Dehli, i quali, varcata la soglia di casa per svolgere il loro lavoro, sono stati fermati da una pattuglia di agenti e colpiti malamente con il lungo bastone di ordinanza. “Sono stato colpito così forte che faccio fatica a sedermi” ha dichiarato in seguito Suresh alla BBC.

Tuttavia, la violenza potrebbe non essere limitata alle forze dell’ordine. Gli operatori umanitari avvertono, infatti, che la situazione potrebbe deteriorarsi in violenza, se la disperazione aumenta e le persone continuano a rimanere senza cibo. E in questi momenti è proprio il cibo ad essere uno dei grandi problemi per i cittadini indiani: normalmente i senzatetto vengono sfamati dalle istituzioni religiose indiane, ma adesso è tutto chiuso. L’organizzazione non-governativa “Self Approach” ha aperto una mensa all’aperto che ogni giorno viene assalita dalla folla. Mentre la gente si metteva in fila per il proprio pasto, le macchine della polizia giravano in cerchio con le sirene spiegate, esortando a mantenere la distanza di sicurezza. Quando la distanza di sicurezza non è rispettata, le forze dell’ordine intervengono con la forza. Questa è una situazione sempre più grave, un’emergenza sociale che non può essere sottovalutata dal governo: le misure prese possono essere delle buone decisioni per chi è benestante, ma non per chi non ha denaro, che in questo momento teme più la fame che il coronavirus.


La situazione indiana costituisce un’emergenza per la Nazione stessa e per il mondo. Lo stato precario in cui versa la popolazione del grande colosso dell’Asia meridionale entro metà maggio porterà, secondo uno studio curato dal COV-IND-19 Study Group, un team internazionale di ricercatori interdisciplinari, a un minimo di 1 milione e 300 mila casi sul territorio indiano, ben distanti dai dati ufficiali comunicatici finora. Il “lockdown” nazionale, infatti, non può raggiungere gli effetti sperati, considerando il sacrificio umano che dovrà fare la popolazione indiana, già esasperata da fame e dagli abusi continui della polizia.

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