Violenza di genere e coronavirus in Italia

di Gaia Romani



In questi giorni drammatici, stiamo imparando tutti a fare la nostra parte ed è ormai chiaro che la cosa più giusta e responsabile da fare è stare a casa.

Per molti questa situazione è anche un’occasione per riscoprire un ambiente, quello domestico, che sa darci calore, sicurezza, comodità, affetti. Ma non per tutti è così, specialmente per chi in casa vive una situazione di violenza fisica o psicologica.


Nel 2019 sono state 1905 le donne accolte e supportate in un percorso di fuoriuscita dalla violenza dai 9 centri antiviolenza convenzionati con il Comune di Milano.

Sappiamo che le vittime di violenza in Italia la subiscono, nel 95% dei casi, in famiglia o dal partner. L’autore della violenza è, infatti, nella maggior parte dei casi il partner, l’ex-partner o altro familiare (56%, 21% e 10% rispettivamente) e di nazionalità italiana (64%).

Le violenze esercitate sulle donne sono prevalentemente di tipo psicologico (79%), fisico (61%) ed economico (34%), queste percentuali, che rimangono consolidate negli anni, sono fornite dalla rete antiviolenza Di.re.

In questa situazione, la violenza non accenna a diminuire, anzi, come ha dichiarato la Psicologa Eliana D’Ascoli in un’intervista a Repubblica “Stare a casa sta aumentando gli episodi di violenza anche dove, fino a prima della quarantena, non si erano mai palesati”.


Eppure, le linee del Telefono Rosa non sono mai state così tranquille.

Le chiamate delle vittime al numero nazionale antiviolenza e anti-stalking si sono dimezzate e gli accessi nei centri antiviolenza sono calati dell’85%.


Questa calma apparente e questi dati, a chi si occupa di violenza di genere, fanno paura perché sa che non possono essere interpretati come un calo del bisogno ma come un’impossibilità maggiore di chiedere aiuto.


Come si stanno muovendo le istituzioni e le realtà che tutti i giorni se ne occupano?

Innanzitutto, il Dipartimento ministeriale delle Pari Opportunità ha lanciato la campagna #Liberapuoi per informare sul numero antiviolenza 1522 e sulla relativa l’applicazione “1522” che si può scaricare gratuitamente (per iOS e Android) e che permette di entrare in contatto immediatamente con un’operatrice.

Questa iniziativa, certamente necessaria, in quanto il numero antiviolenza in Italia è scarsamente conosciuto, presenta, come tutte le azioni che si provano a fare in relazione a un problema così “nascosto” e difficile da raggiungere, non poche controindicazioni.


La prima difficoltà delle vittime sta, infatti, nella diminuzione di probabilità di riuscire a chiedere aiuto in sicurezza, cioè evitando che il maltrattante se ne accorga e diventi ancora più violento. Naturalmente fare informazione ampia, oggi, significa far conoscere questa app e questo servizio anche al carnefice.

Per questo i centri antiviolenza consigliano sempre di cancellare tutti i messaggi che si inviano con richieste di aiuto e cancellare la chiamata dalla cronologia.

Un secondo problema è che, molto spesso, gli uomini violenti sono anche uomini molto possessivi e potrebbero tenere sotto controllo il telefono delle donne con cui abitano, cancellando ogni possibilità alla donna di chiedere aiuto.


Terzo inconveniente: dal diffondersi della campagna, sono aumentate in maniera esponenziale le chiamate al 1522 “non pertinenti”, ossia quelle chiamate di chi non è vittima di violenza, ma chiama perché ha frainteso lo scopo del servizio, intasando così il traffico delle linee per chi invece ne ha davvero bisogno.


Come possiamo far fronte a tutti questi effetti collaterali?

Innanzitutto, non possiamo far altro che continuare a divulgare le informazioni, a far sapere alle donne che ci siamo, che le istituzioni e i centri continuano a, che anche in questi giorni è possibile chiedere aiuto. Il rischio che i carnefici vengano a loro volta informati, esiste, ma non rimangono alternative.


In Spagna, il Governo regionale delle Canarie ha lanciato, all’inizio della quarantena, la proposta di istituire una parola in codice “Mascarilla-19”, Mascherina-19, per il caso in cui una donna vittima di violenza, fosse riuscita a liberarsi dal controllo dell’uomo, il tempo necessario per recarsi nella farmacia più vicina e chiedere aiuto.

Questa iniziativa ha riscosso molto successo sul web e presto si è diffusa in tutta la Spagna, anche perchè, al sesto giorno di quarantena c’erano già state due donne vittime di femminicidio.

In prima battuta, sono arrivate diverse critiche a questa iniziativa e alla proposta di portarla avanti anche in Italia, perché ritenuta poco utile, vista la non preparazione dei farmacisti in questo ambito, e facilmente identificabile da parte del maltrattante. Di solito, infatti, i centri antiviolenza spingono perché sia la donna a chiamare ma in questi giorni molte comunicazioni vengono volte ai conoscenti perché possano chiedere aiuto e segnalare queste situazioni anche indirettamente.


A proposito del terzo punto: segnaliamo i numeri del nostro territorio, non solo quello nazionale, per garantire una risposta più celere e non sovraccaricare il 1522.

Qui ne trovate alcuni a titolo esemplificativo ma ci sono molte associazioni, i consultori e tante altre realtà attive in tutto il territorio di Milano Metropolitana:

- Centri Milano Donna dei Municipi 2, 3 e 6 è a disposizione il numero di Telefono Donna, 02.64443043/4, sempre attivo;

- Centro Milano Donna Municipio 8 dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18 – 3922430294;


Dall’inizio della quarantena ci sono già arrivate le notizie di due femminicidi, uno a Padova e uno a Milano in zona Lorenteggio, mentre un altro è stato evitato per un soffio due giorni fa grazie all’aiuto dei vicini, che hanno soccorso una donna mentre il marito le stava letteralmente tagliando la gola davanti ai due figli.


Non possiamo stare inermi di fronte a tutto questo, dobbiamo cercare di sfondare il muro di silenzio e, anche nel nostro piccolo, monitorare come possiamo le situazioni che sappiamo essere a rischio, stare allerta. Le donne devono sapere che possono uscire per chiedere aiuto, che, se fermate dalle autorità locali, sarà sufficiente dichiarare lo stato di necessità e che, nonostante la situazione, viene comunque applicata la misura cautelare dell’allontanamento del maltrattante dalla casa.


Pochi giorni fa, in Commissione Femminicidio del Senato è stato approvato all’unanimità un testo che richiede azioni rapide e precise e di cui ho chiesto a Paola Ponte, Responsabile del Dipartimento Giustizia del PD Milano, una sintesi che condivido qui di seguito:

Il momento emergenziale richiede il potenziamento delle norme già presenti nel nostro ordinamento ed il loro “adattamento” all’ attuale situazione per garantire la loro piena applicazione ed efficacia. Si sono pertanto valutati possibili aggiustamenti in ogni ambito e sede chiedendo in generale di incrementare la tutela delle donne vittime di violenza, snellendo ove possibile le relative procedure. In sede penale si è sottolineata la necessità di non comprendere le procedure di cui sopra nella sospensione delle attività ordinarie prevista in tema di giustizia. In sede civile si chiede di incentivare l’emissione di eventuali ordini di protezione inaudita altera parte. In ragione dell’attuale emergenza sanitaria si ritiene opportuno sospendere le consulenze tecniche d’ufficio nonché le viste protette stabilite in pendenza di procedimenti penali nonché disporre, in via più generale, una più attenta regolamentazione delle visite tra figli e genitore non convivente in modo da tutelare maggiormente la salute dei minori. Si è evidenziato come sia necessario agevolare in ogni modo l’accesso, in questo momento concretamente difficili, ai numeri antiviolenza e anti tratta. Fare in modo, anche attraverso lo stanziamento di fondi, che le case rifugio siano concretamente agibili prevedendo particolari misure volte a garantire il diritto alla salute di chi vi accede, sia come ospite che come operatore. Si è evidenziato, sempre in merito alle case rifugio, la necessità di dotarle di ampia apparecchiatura tecnologica e risorse economiche per garantire le attività formative dei minori ospitati. È emersa l’esigenza di sostenere con forza ulteriori protezioni sociali per le donne vittime di violenza anche attraverso il prolungamento e rafforzamento dei congedi nonché l’introduzione di sovvenzioni ad hoc. Si è auspicata infine una particolare attenzione ai problemi inerenti alle donne immigrate ed alle problematiche relative al riconoscimento dei titoli di soggiorno.

La violenza non si ferma, a meno che ci impegniamo tutti a farla emergere e a combatterla.

Grazie per l’attenzione.

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