Per un ricordo che non duri solo un giorno

di Pietro Cociancich



Non è un'offesa che cede al rancore,

non è ferita da rimarginare;

è l'undicesimo comandamento:

non dimenticare!

(Simone Cristicchi, in Magazzino 18, 2014)


Il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo: una ricorrenza che la Repubblica italiana ha istituito nel 2004 per onorare la memoria di quei nostri connazionali d'Istria, Fiume e Dalmazia che o sono stati massacrati dai partigiani jugoslavi o di quelli che han preferito la via dell'esilio della propria terra a partire dal 1946.


Ci sono molti modi per affrontare questa ricorrenza, e la tentazione della tifoseria è molto forte.

Da una parte, la destra più nazionalista (che, a onor del vero, è quella che ha continuato a parlare di queste tragedie anche nei decenni in cui pochi lo facevano) ne fa uso per una propaganda che da anticomunista diventa più spesso campagna contro i partiti attuali del centrosinistra.

Dall'altra, nelle sue frange più estreme, si nota un evidente imbarazzo per questa pagina così rossa di sangue. Ci si prodiga anno dopo anno nel cercare di sminuire, negare, minimizzare, giustificare i crimini di Tito e dei suoi scherani.


Questo è, chiaramente, fonte di grande dolore per i sopravvissuti di quelle tragedie, e per i loro discendenti. Addolora vedere come vicende così gravi siano ancora oggi trattate con atteggiamenti che vanno dall'odio (come nel caso dei vandalismi alle targhe dedicate alle vittime) ad addirittura l'irrisione (come nel caso del tormentone “e allora le foibe????”, che vorrebbe essere uno sfottò a certo vittimismo di destra).


Naturalmente, buona parte dell'opinione pubblica italiana è lontana da questo dibattito che tra botta e risposta prosegue da anni. La maggior parte degli italiani oggi guarda con simpatia e affetto la tragedia degli istriani, dei fiumani e dei dalmati. La consapevolezza di quella pagina di storia è cresciuta negli anni, e ogni anno non mancano nuove celebrazioni pubbliche, intitolazioni di strade alle vittime e ogni tipo di manifestazioni culturali.

Un momento di svolta è stato sicuramente Magazzino 18, lo spettacolo del 2014 del cantautore romano Simone Cristicchi, che è riuscito a raccontare al grande pubblico le foibe e l'esodo con rispetto e sincerità.



Anche la politica, da tempo, si è mossa con rispetto e con attenzione. La memoria degli italiani assassinati e degli esuli è patrimonio anche del Partito Democratico, anche nella sua componente post-comunista, come dimostrano casi come quelli di Gianni Cuperlo (che già nel 1989 si recò in visita alla foiba di Basovizza), Giorgio Napolitano (che nel 2007 non esitò a definire quella delle foibe “pulizia etnica”), Luciano Violante e molti altri.


Proprio questo 9 febbraio, il presidente Mattarella ha fatto una dichiarazione importante, definendo quella delle foibe e dell'esodo una “sciagura nazionale”, ribadendo la dimensione di “pulizia etnica” di quei fatti e bollando il “negazionismo militante” come “deprecabile”.


Non si può certo dire che il percorso sia completo del tutto: per citare un solo elemento, la Repubblica Italiana non ha ancora ritirato l'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce conferita a Tito nel 1969 dal presidente Saragat (concettualmente, anche più grave delle varie cittadinanze onorarie a Mussolini ancora sparse per le nostre città). E, come avviene per le commemorazioni di altre vittime e altri eccidi, bisogna lavorare perché la memoria non finisca annacquata e sbiadita. Ma, per quel che mi riguarda, questo percorso è molto più in discesa rispetto anche solo a dieci anni fa.


Alla luce di questo, penso che possiamo serenamente onorare il Giorno del Ricordo senza cascare nel tifo opposto, nell'astio reciproco e alimentato artificialmente ogni anno. Si può invece cercare di sviluppare dei temi meno banali:

  • La consapevolezza che il nazionalismo ha portato grandi lutti sia agli slavi che agli italiani e che ha distrutto una civiltà (come quella istriana e dalmata) in cui le diverse culture convivevano da secoli in un rapporto magari dialettico, ma comunque pacifico;

  • Alla luce di questo, una ulteriore riflessione sul valore della fratellanza tra i popoli europei e del rispetto delle loro culture e lingue: oggi Italia, Slovenia e Croazia fanno parte della stessa Unione Europea, e tutti e tre i Paesi si impegnano, forse con ancora qualche fatica, ad attuare politiche di tutela linguistica delle rispettive minoranze (slovena in Friuli-Venezia Giulia, italiana/veneta nell'Istria slovena e croata);

  • Una lettura inedita dell'Italia, che già allora venne vista da masse di profughi come una terra di libertà e pace, e dove poter realizzare se stessi. La comunità istriana, dopo i primi anni di grande difficoltà (sballottata da un campo profughi all'altro, e spesso invisa alla popolazione locale), si è perfettamente integrata nei territori dove si è stabilita, contribuendo allo sviluppo economico e civile del Paese;

  • L'accettazione che anche in un evento positivo come la Resistenza ci sono stati aspetti negativi: e che il fatto di averli ignorati per tanto tempo ha allontanato tanti italiani dalla celebrazione della sconfitta del nazifascismo.

In questo modo, forse, il Ricordo può diventare anche qualcosa di più.

No dimentighemo!

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