Ue-Turchia, storia di un fallimento annunciato

di Luca Cusimano e Irene Fucà


Le ultime notizie che arrivano riguardo il conflitto in Siria stanno passando in sordina a causa della dilagante epidemia di coronavirus. Secondo noi è fondamentale, però, non trascurare quanto sta accadendo in una zona teatro di conflitto ormai da molti anni e che ci vede coinvolti in prima persona, volenti o nolenti, quanto meno per la gestione del flusso di profughi.

Il 27 febbraio Erdogan ha annunciato che non bloccherà più i migranti che, fino a quel momento, in seguito all’accordo del 2016, erano stati trattenuti all’interno dei confini turchi. La notizia ha riacceso le speranze di migliaia di richiedenti asilo, migranti e rifugiati, non solo siriani, che si sono messi in cammino verso il confine greco nel tentativo di approdare sulle isole egee e da lì proseguire la loro marcia verso i Paesi europei. Sulla costa turca i trafficanti si sono messi a lavorare, ingaggiati dalle autorità del Paese per spingere i migranti verso la Grecia senza chiedere loro un pedaggio. Secondo il ministro degli Interni di Ankara, Suleyman Soylu, fino al 2 marzo le persone che hanno lasciato la Turchia sarebbero 117.677, una cifra circa 10 volte superiore a quella stimata dalle Nazioni Unite.

Per comprendere e analizzare la situazione attuale, però, è però necessario conoscere meglio i rapporti tra Ankara e Bruxelles nel corso del tempo.


La Turchia si candida per la prima volta ad entrare nell’UE già nel 1999 ed è in fase di negoziato di adesione a partire dal 2005. Quest’ultimo ha subito un forte rallentamento, dopo un iniziale ottimismo, a seguito delle politiche sempre più restrittive messe in atto dal presidente Erdogan.

Ciononostante, dopo un piano d’azione comune siglato dai capi di stato europei con la Turchia nel 2015, l’Unione decide di imbastire un accordo con Ankara perseguendo quella che è stata la linea comunitaria riguardo la gestione dell’immigrazione, ovvero l’esternalizzazione delle frontiere. Quest’ultima consiste in un sistema di collaborazioni fra l’UE e i paesi di frontiera per bloccare al di fuori del territorio comunitario i flussi dei migranti vista l’impossibilità di migliorare il sistema di accoglienza, bloccato dal regolamento di Dublino e dalle posizioni ostruzioniste dei paesi del gruppo di Visegrád. All’interno di questo modus operandi rientra anche il memorandum d’intesa stipulato dal nostro Paese con la Libia. Proprio nel solco dell’esternalizzazione delle frontiere il punto forte dell’accordo UE-Turchia sta nel delegare ad Ankara la gestione dei migranti provenienti dalla Siria, che vengono bloccati in territorio turco. Per permettere tutto questo l’Unione avrebbe stanziato subito 3 miliardi e altri 3 miliardi erogati entro la fine del 2018 qualora ve ne fosse stata la necessità. L’intera somma è già stata versata. Ci si impegnava, inoltre, a velocizzare le procedure di integrazione tra le parti, abolendo la necessità di visto per i cittadini turchi in viaggio verso l’Europa.

In realtà erano previsti anche vari meccanismi di ingresso regolare per i profughi già riconosciuti, ma questi ultimi si sono rivelati ampiamenti inefficaci per motivi tecnici complessi da sviscerare in questa sede. Per approfondire il tema consiglio il focus di Camilli su L’Internazionale “Cosa prevede l’accordo sui migranti tra Europa e Turchia”.


Tale accordo ha da subito mostrato le sue forti criticità, oltre che per l’assenza di canali regolari, già evidenziata, anche per la scarsa attenzione per i diritti dei migranti, la cui condizione viene poco considerata nei meccanismi di accoglienza. Non solo. Pochi mesi dopo la stipula dell’accordo il fallito colpo di stato ai danni del presidente Erdogan ha scatenato una nuova ondata di misure restrittive nei confronti di qualsiasi tipo di libertà o diritto umano, misure che sono state condannate dalla CEDU come contrarie ai diritti umani, e che hanno causato un ulteriore e drastico stop all’integrazione prevista dall’accordo, che ha comunque mantenuto la sua validità.



Proprio Luca può testimoniare, a seguito di un viaggio di istruzione nell’ambito del progetto Erasmus+ di 12 giorni ad Istanbul, che le condizioni dei profughi siriani non sono affatto ottimali. Pochi riescono veramente a integrarsi nel tessuto produttivo, spesso finiscono per essere sfruttati da imprenditori autoctoni che obbligano i minorenni a elemosinare e i genitori a lavorare per le proprie attività. Questo, inoltre, è un piccolissimo spaccato della realtà che viene solo dalla città più produttiva della nazione, con condizioni che nell’entroterra turco si rivelano spesso peggiori.

L’inversione di marcia di Ankara rispetto a quanto appena descritto, che arriva in seguito all’uccisione di 36 soldati turchi, rimasti vittima nei bombardamenti sull’ultima roccaforte controllata dai ribelli siriani, Idlib, svela l’intento ricattatorio di Erdogan.

Nella provincia nord occidentale siriana si sta giocando l’ultima partita tra il regime di Assad, sostenuto sul campo dalle forze aeree russe, e i ribelli, supportati dall’esercito turco. Con il flusso di denaro europeo ormai agli sgoccioli, il presidente turco ha optato per il colpo di scena: l’apertura della frontiera con la Grecia se l’Europa non staccherà un nuovo assegno ad Ankara.

La soluzione trovata con la sottoscrizione dell’accordo il 18 marzo del 2016 ha così dimostrato la sua miopia politica. Dalla sigla dell’intesa la Turchia si è fatta carico di circa 3,6 milioni di rifugiati, per la maggior parte in fuga dalla guerra civile siriana, che, al momento giusto, possono essere trasformati in un’arma non convenzionale, una bomba umanitaria. In altre parole, i leader europei, 4 anni fa, hanno fornito un potente strumento di pressione politica al leader turco che, messo alle strette dal fallimento dei suoi piani in Siria, ha deciso di internazionalizzare la crisi, trascinandovi dentro l’Unione Europea.

Convocato urgentemente un vertice straordinario dei 27 ministri degli Affari Esteri europei sulla situazione di Idlib, i leader delle istituzioni europee, Michel, von der Leyen e Sassoli annunciano la loro visita al confine tra Grecia e Turchia. Ma è lampante l’assenza di un progetto. Non è una novità. L’Unione Europea, in questo campo, si è sempre dimostrata impreparata di fronte alle tragedie scoppiate a pochi chilometri dai suoi confini.

L’UE ha preferito farsi sorda agli appelli delle organizzazioni umanitarie che operano sulle isole egee e che denunciano le condizioni inumane in cui vivono le persone che, aggirando il divieto turco, hanno raggiunto in barca Lesbo, dove rimangono in trappola per svariati mesi, in una prigione a cielo aperto. Sulle colline di Moria, sorge un campo profughi la cui capacità iniziale di 2.500 persone è stata dilata fino a 20.000 nell’ultima settimana. Sono per lo più famiglie, costrette a vivere in condizioni disumane, senza acqua corrente, cibo, bagni, in mezzo al fango e in tende gelide, che riscaldano bruciando di tutto, plastica compresa. In seguito alla diffusione della notizia che la polizia di frontiera turca non avrebbe più impedito di lasciare il Paese, almeno 14 mila migranti (secondo l’Onu) si sono messi in cammino verso nord, verso Edirne e poi Evros. Sulle isole greche sono ricominciati gli sbarchi, ma il clima qui è cambiato.




La Grecia di Kiriakos Mitsotakis, leader del partito conservatore di Nuova Democrazia, eletto a luglio dello scorso anno, non ha intenzione di farli passare. Il neo primo ministro si ritrova ad affrontare il primo test da quando ha drenato il bacino elettorale dell’estrema destra grazie a una linea anti-migranti. L’atteggiamento di accoglienza tipico delle isole oggi ha lasciato spazio alla violenza della polizia e ai militanti di Alba dorata, la formazione di estrema destra che insieme agli abitanti dell’isola da settimane protesta contro la costruzione di nuovi centri di detenzione a Lesbo.

La crisi rischia di esacerbare le tensioni già esistenti in una popolazione come quella greca messa in difficoltà da anni di politiche austere e deve necessariamente trovare una soluzione in ambito europeo. Non si può nuovamente affidare la gestione del fenomeno soltanto agli Stati prossimi alle aree di crisi, non si può derogare al diritto cui l’Europa è vincolata per ragioni di “sicurezza”; non ci si può inchinare al ricatto del sultano offrendo 6 miliardi euro perché il cattivo vicino turco faccia il lavoro sporco, nella speranza che la guerra civile siriana trovi da sola una “soluzione politica” e che milioni di rifugiati tornino in patria; non si può subire la minaccia sovranista rinviando ogni decisione per timore che la destra europea possa cavalcare gli umori razzisti di una società europea sempre più divisa e ineguale. Soltanto una gestione controllata dei flussi, con l’accettazione da parte di tutti gli Stati di una distribuzione equilibrata dei migranti sul territorio europeo, può salvare l’Europa da quello che è in primo luogo un rischio mortale per le sue democrazie.

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