Transfobia e dintorni: la nobile arte del farsi i cazzi propri

di Silvia D'Oria




Fatto: venerdì 11 settembre 2020. Caivano, Napoli, Campania, Italia. Michele Antonio Gaglione sperona in auto la moto su cui viaggia la sorella Maria Paola che muore dissanguata, la gola tranciata da un tubo, sola e agonizzante sul ciglio della strada.


Fatto. Questo è un fatto.


Ma manca qualcosa, manca il motivo di quel fatto. E il motivo è una persona. Perché se si trattasse solo di questo il fatto sarebbe rimasto relegato alla cronaca nera del giornalino di Caivano, tragedia come tante dimenticabile e dimenticata da tutti. E invece no perché su quella moto Maria Paola non viaggia sola, viaggia anche con il motivo che ha spinto il fratello a fare ciò che ha fatto. Con lei viaggia Ciro, il compagno di Maria Paola. Cosa c’è di strano in Ciro, compagno di una ragazza di nome Maria Paola. Forse il nome Ciro, non so, in provincia di Belluno suonerebbe strano. Ma invece no, siamo a Napoli, Ciro qui si trova come il pane. E allora cos’è, che cosa c’è di strano?


Niente. Nel migliore dei mondi possibili diremmo che non c’è nulla di male in Ciro, semmai c’è qualcosa di male nella storia di un fratello che ammazza una sorella deliberatamente. E invece a Caivano, Napoli, Campania, Italia la cosa strana, stramba, freak, scherzo della natura, insulto ai principi, è lui: Ciro, un ragazzo trans FtM – Female to Male ovvero un soggetto di sesso femminile che si riconosce nel genere maschile e dunque è un uomo – innamorato di una ragazza. Una storia etero come tante ma macchiata da un fratello, Michele Antonio, che i cazzi suoi non se li è mai fatti e che pensava che Ciro, scherzo della natura, avesse infettato sua sorella. Infettato. Termine che in tempi di coronavirus fa sorridere facendoci forse capire che abbiamo smarrito, da qualche parte nella storia dell’umanità, le nostre priorità.


I punti da toccare qui sono molti – ci sarebbe da dire che fa un po’ schifo, a dirla tutta, definire una persona che ha perso l’amata come il motivo della morte della compagna e non preoccuparsi di come si sentirà; fa un po’ schifo concentrare l’attenzione della cronaca su quello che questa persona ha nelle mutande e in mezzo alle gambe piuttosto che sull’omicidio che si è consumato davanti ai suoi occhi e la morte che si porterà nel cuore tutta la vita, la stessa che vivrà da sopravvissuto. Perché sì, questa non è più la storia di una ragazza innamorata e morta per questo, è la storia delle mutande delle persone trans messe in pubblica piazza, della vita privata di una persona che privata non è più, è la storia di un Paese che sceglie di concentrarsi sulla vita privata di una persona anziché sul fatto di sangue a cui ha appena assistito. In sintesi: questa è la storia di un Paese in cui alcuni hanno il diritto di amare senza scusarsi e altri invece devono scusarsi, giustificarsi, farsi l’esame di coscienza, sempre sul filo del dubbio, sempre sul filo della paura di fare del male alle persone che hanno accanto.


Questa è la storia di un Paese che si pone la domanda sbagliata, non com’è successo e come faccio ad impedire che accada ancora bensì cosa c’è di sbagliato in Ciro. Ciro. Ciro. L’ossessione di Ciro.


Questa è la storia che giornali, forze politiche – poche, a dir la verità – soggetti della società civile stanno narrando poco e male. Di giornalisti che annegano e si compiacciono della propria ignoranza, di politici che guardano dall’altra parte per non risvegliare le forze compatte di uno Stato che si credeva secolarizzato e invece…guarda un po’, non lo è. Questa è una tragedia semantica in cui non si ammette che un fatto è sconosciuto e, ancor di più, si è disinteressati a conoscerlo. È una tragedia che parte dalla transfobia, dal patriarcato che dice alle donne “tuo fratello, tuo padre, chicchessia può decidere per te purché abbia un pene fra le gambe” – sì, si torna sempre alle mutande (altrui).


È una tragedia sì ma nessuno sta parlando di Maria Paola, ancora lì sul selciato con la gola tagliata, stanno tutti parlando di Ciro. Ciro. Ciro. Ciro.


In sintesi tutti a farsi i cazzi di Ciro: perché ti senti maschio? Ah, ma si dice maschio o uomo per voi trans? Quando l’hai scoperto? Ah, ma si sceglie? Aspetta, chiediamo al parroco del paese, o forse a tua madre. Insomma, chiediamo a tutti tranne che a te come ti senti, come stai, quanto stai male. Diamo agli altri, a tutti gli altri, il diritto di narrarti, di raccontare la tua storia, il tuo dolore, il tuo percorso. E lo facciamo senza chiederti niente, fingendo che tu non esista. Non sei un essere umano, sei un fatto di cronaca, che ti aspettavi, addirittura dei diritti?


È un problema semantico, di narrazione fatta dai ficcanaso di professione con la verità in tasca, i so-tutto-io che alla fine di ogni frase pongono sempre e solo un punto esclamativo e mai davvero un punto interrogativo.


Prima di dire, prima di fare, avete mai pensato di chiedere? Solo chiedere.


A Ciro, magari. Perché a Maria Paola non si può più. Qualcuno ha deciso per lei i tempi, i modi, gli esiti e anche le parole da dire quando lei se n’è andata.

Quindi sì, qui c’è un fatto di cronaca ma c’è un motivo dietro a tutto questo e ha un nome ben preciso, e non è una parolaccia, è una realtà esistente e si chiama transfobia, non Ciro, si chiama patriarcato, non Maria Paola. Qui c’è un movente ovvero il motivo ovvero l’odio di un fratello per la sorella. Perché quella di Maria Paola non è una scelta, non si sceglie chi amare, si ama e basta. Dunque, se non è una scelta e quella cosa – che per alcuni è amore e per altri è un disonore – è imprescindibile dalla persona, allora l’omofobia, la transfobia, la bifobia, la misoginia non sono crimini contro un comportamento ma crimini d’odio contro un essere umano. Sbaglio? Convincetemi del contrario.


Non è una legge a poter cambiare su due piedi la cultura dei ficcanaso di professione di questo Paese, purtroppo no, ma una legge può modificare i comportamenti individuali, fare in modo che fra dieci o vent’anni un fatto di cronaca come quello appena descritto non sia reso noto per le mutande di Ciro ma per l’efferatezza di un omicidio. Il diritto ha un dovere che, ancor prima che scientifico, è culturale.


La richiesta da parte di tutti noi, in sintesi, è una sola: fatevi i cazzi vostri. Non ammazzateci, non inseguiteci, non insultateci per qualcosa che non conoscete, per qualcosa che non approvate. Perché vi do una notizia dell’ultim’ora: non è la vostra approvazione che cerchiamo. Per questo vogliamo una legge perché quella legge darà una nuova narrazione, quella giusta, a Ciro, a Maria Paola, a chiunque sia morto senza nome e senza storia, dimenticato da giornalisti annoiati di redazioni sovraccariche di notizie da inseguire.


Io personalmente sono una persona cisgender – ovvero una persona il cui sesso biologico coincide con l’identità di genere, nel caso specifico sono nata femmina e mi sento donna – e ho l’immensa fortuna di essere riconosciuta dagli altri come la persona che sento di essere. E allora perché mi importa così tanto? Perché ognuno di noi viene insultato, seppur con diverse gradazioni di discriminazione, in qualche ambito della propria vita. C’è chi viene discriminato e chi mente. Anche il più figo dei maschi muscolari celebrati da questa società di pazzi schizofrenici in un qualche momento della propria vita si è sentito a disagio. Breaking news, ragazzi: si chiama patriarcato e non si tratta di una storia diversa da quella che stiamo raccontando. L’omofobia, la transfobia non prescindono da una narrazione fatta da uomini, bianchi, etero e occidentali che si rintanano nei propri privilegi senza riconoscerli; è lo stesso germe, il patriarcato, con cui tutti abbiamo l’imprinting della nostra educazione e da cui dobbiamo liberarci nel corso della vita, la stessa che il patriarcato rende difficilissima a tutti noi. A tutti, sì, perché quando lo stesso uomo bianco, etero, occidentale come Michele Antonio Gaglione si arroga il diritto di definire l’esistenza di sua sorella Maria Paola e del suo compagno Ciro che non riconosce come tale ma come una malattia infettiva si scontra contro un’amara realtà: quel privilegio non è più inamovibile, l’opposizione a quel modello non è più inammissibile. E si incazza per questo, perché sta perdendo il suo controllo sul mondo.


Abbiamo perso Maria Paola come abbiamo perso molti altri nel lungo e lento cammino che ci ha portati fin qui ma non può essere per nulla, non può essere fine a se stesso. Maria Paola, Ciro e chiunque altro, uomo o donna che sia, merita di avere la propria storia, di narrarsi e raccontarsi e presentarsi come vuole e come sente davanti a tutti noi.


Questa può essere una storia di riappropriazione della propria narrazione, di un noi collettivo e forte formato da io forti e protetti fra di loro. Ognuno libero di farsi gli affari propri e non degli altri.

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