Perché no?

I tanti motivi per opporsi ad una pessima riforma costituzionale

di Andrea Casamassima



Circa un anno fa, il Senato approvava in ultima lettura la riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari (ne avevamo parlato qua!). Al senato, un gruppo di senatori (71, per la precisione) decise di raccogliere le firme necessarie per indire il referendum confermativo. Doveva tenersi in primavera, assieme alle elezioni regionali, ma la pandemia ha fatto sì che si rinviasse tutto a settembre. E quindi si voterà il 20 e 21 di questo mese.

Come ogni referendum riguardante la carta costituzionale non vi sarà il quorum, verrà approvata o rigettata sulla base degli elettori che si recheranno alle urne. Cosa prevede la riforma?

Le modifiche costituzionali previste sono molto semplici: la Camera passerebbe da 630 deputati a 400, mentre i 315 membri elettivi del Senato diventerebbero 200. Non ci sono correttivi o modifiche nei meccanismi interni al Parlamento, si tratta di un taglio netto e lineare molto semplice.


Qual è lo scopo?

Nelle parole dei suoi promotori, questa riforma ha due obiettivi principali: il risparmio economico e la riduzione di un Parlamento troppo grande rispetto agli altri Paesi, rendendolo più efficiente. Entrambe queste argomentazioni, però, sono molto deboli.

Analizziamo, per cominciare, il presunto risparmio economico.

Secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici, questa riforma porterebbe ad un risparmio netto di 37 milioni alla Camera e 27 milioni al Senato. Complessivamente si parla quindi di circa 64 milioni di euro all’anno, una cifra che può apparire astronomica dal punto di vista del singolo cittadino, ma che per lo Stato italiano è sostanzialmente insignificante. Si parla dello 0.007% della spesa pubblica. Ci sarebbero modi molto più semplici per risparmiare la stessa cifra senza andare a toccare la Costituzione, quindi si può affermare con abbastanza tranquillità che questo non è il parametro migliore per valutare la riforma. Qualcuno potrebbe dire che è meglio di niente, ma questo risparmio non sarebbe indolore.

Che dire, invece, delle dimensioni del Parlamento italiano?

L’affermazione secondo cui sarebbe il più grande al mondo è, mi si perdoni il termine, una gran baggianata. È vero che l’Italia si trova leggermente sopra la media europea sia considerando la sola Camera sia considerando il Parlamento nel suo complesso, ma c’è una questione estremamente rilevante che spesso non viene presa in considerazione: il Senato italiano è diverso dagli altri.

Il nostro Paese è un rarissimo caso di bicameralismo paritario, questo significa che Camera e Senato fanno esattamente le stesse cose ed hanno quindi lo stesso potere. Sarebbe poco furbo non tenerne conto.

Il nostro sistema parlamentare ci costringe quindi a mantenere un livello di rappresentanza adeguato alla Camera anche all’interno del Senato, perché di fatto quest’ultimo è, a tutti gli effetti, una fotocopia della Camera stessa. Se anche noi avessimo 10 mila parlamentari, divisi in 9990 deputati e 10 senatori, il nostro Parlamento sarebbe il più grande del mondo, ma sarebbe anche il meno rappresentativo, perché solo 10 persone avrebbero in mano il potere legislativo e di fiducia al governo.

Attualmente, il Senato è la camera legislativa più piccola d’Europa, con un membro ogni 200 mila abitanti. Dopo la riforma, questo rapporto salirebbe a 300 mila. Un numero gigantesco, considerato che la media europea si attesta intorno ai 100 mila.

Una stortura che nessuna legge elettorale potrà sistemare.

Gli effetti concreti

Questo taglio avrà una serie di effetti devastanti sul nostro sistema politico, che già adesso non brilla certo per qualità.

Tanto per cominciare, le minoranze verranno escluse dal processo legislativo.

Se alla sotto-rappresentanza della Camera può essere corretta disperdendola sul territorio nazionale, al Senato questo discorso non è possibile. Infatti, la Camera Alta dev’essere eletta su base regionale, con la differenza che ci troveremmo con Regioni rappresentate da 4, 3 o addirittura 2 senatori. Questo implicherà l’esclusione dal Senato di forze politiche che magari alle elezioni hanno preso il 15% o il 20%, impedendo ai cittadini di esser rappresentati a dovere. E questo sorvolando sui problemi che avrebbero 2 o 3 persone a parlare a nome di un’intera Regione.

Ci sarebbe poi un altro spiacevole effetto a livello elettorale, perché i collegi diventerebbero molto grandi. Senza finanziamento pubblico ai partiti, il costo della campagna viene scaricato sui candidati, un costo già adesso eccessivo per molte persone, che, con l’allargamento dei collegi, si troveranno a dover affrontare spese proibitive. Questa riforma renderà possibile la candidatura solo di chi può permetterselo o ha dietro forti finanziamenti privati. Ciò va contro un’idea fondamentale per la democrazia, secondo cui chiunque dovrebbe poter fare politica.

Le dimensioni dei collegi elettorali andrebbero poi a rendere più complicato il rapporto tra eletti ed elettori, un rapporto già in crisi, allontanando ulteriormente il mondo della politica dai territori.

Ma questa riforma non va a danneggiare solo la rappresentanza e la democrazia. Anche l’efficienza del Parlamento sarà colpita.

La maggior parte dei lavori parlamentari viene svolta all’interno delle Commissioni, la cui composizione non viene toccata dalla riforma. Diminuire il numero dei parlamentari significa anche far sì che essi debbano far parte di più Commissioni, rallentando inevitabilmente i lavori e rendendo più complicato seguirli con attenzione, il che causerebbe una maggior tendenza al voto cieco, fatto seguendo le indicazioni dall’alto, e svilirebbe ancor di più il ruolo del Parlamento, il luogo dove, in teoria, dovrebbe prendere forma la sovranità popolare.

Quanto poi alla speranza che questo taglio vada a scapito degli incompetenti e di chi lavora meno all’interno del Parlamento, sembra abbastanza vana, anche considerando che i voti dei singoli parlamentari varranno di più e probabilmente le dirigenze di partito preferiranno poter contare su chi è disposto a seguire le indicazioni senza lamentarsi, piuttosto che riempire le liste elettorali di gente che crede nel valore del suo lavoro nelle istituzioni.

Le altre riforme

Molti sostengono che sia necessario approvare questa modifica costituzionale per avviare un percorso di riforme, chieste da decenni per migliorare un sistema parlamentare pieno di problemi. Ma che senso ha partire dall’ultima cosa che andrebbe cambiata? Prima bisogna modificare il sistema e solo successivamente si può andare ad adattare il numero di parlamentari alle nuove funzioni che avrebbero.

Sembra di vedere una persona sovrappeso che inizia una dieta e, come primo passo, decide di cambiare il suo guardaroba comprando solo vestiti che al momento gli vanno molto stretti. La dieta potrebbe non funzionare, o potrebbe volerci molto tempo, ma questa persona nel frattempo avrà solo magliette e pantaloni troppo piccoli. Certo, potrebbe rendersi conto di aver fatto una fesseria e cambiare nuovamente il guardaroba, ma questa cosa sarebbe un po’ più complicata per la nostra Costituzione. Ve lo immaginate un referendum, tra un paio d’anni, per tornare al numero di parlamentari attuale? Impossibile, nessuno potrebbe proporre di tornare indietro, neanche se questo taglio si rivelasse un disastro.

Cosa succederà se le altre riforme non verranno attuate? Dovremmo rassegnarci ad un Parlamento sotto-rappresentativo ed ancor più inefficiente? Noi non ce la sentiamo di affidare il funzionamento del nostro principale organo legislativo a future riforme che al momento non sono neanche su carta.

Il referendum del 20/21 settembre ci chiederà se riteniamo questo taglio un miglioramento e l’unica risposta possibile a questa domanda, senza ombra di dubbio, è un semplice NO.

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