Perché non far votare noi sedicenni?

di Tommaso Poltronieri



Un po’ di tempo fa, tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, era stata avanzata una proposta interessante: quella di abbassare la soglia dell’età necessaria per votare dai diciotto ai sedici anni. In quei giorni, oltre al grande risultato raggiunto dall’elevata partecipazione dei giovanissimi alla manifestazione Fridays For Future del 27 settembre in tutta Italia, si erano effettuate le elezioni politiche in Austria, Paese dove il limite di età al voto è già stato abbassato. In realtà l’idea non è nuova qui in Italia: il primo a lanciarla fu Walter Veltroni nel 2007, appena divenuto segretario del Partito Democratico. A riproporla negli ultimi giorni di settembre fu l’ex premier Enrico Letta, affermando come “l’abbassamento dell’età necessaria per votare è un modo per dire ai giovani delle piazze che sono presi sul serio”. Fatto a dir poco clamoroso è l’accordo pressoché totale tra i vari partiti nelle loro dichiarazioni a riguardo: il segretario dem Nicola Zingaretti affermò: “è oramai arrivato il tempo”; l’allora capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio disse: “il voto ai sedicenni si farà perché c’è fiducia verso le nuove generazioni”; persino la Lega si dichiarò a favore di un abbassamento della soglia d’età. Tutti favorevole ed entusiasti, nessuna polemica avanzata a riguardo, avvenimento rarissimo nella politica italiana. E anche i giovani erano altrettanto soddisfatti: finalmente, con la loro adesione alle manifestazioni a sfondo ambientale, la politica iniziava a riconoscerli e a sostenerli. Sembrava tutto troppo bello per essere vero; allora la proposta è stata accantonata e messa da parte in maniera inspiegabile, per far fronte a faccende più importanti. O semplicemente per rientrare nella norma. Effettivamente, con l’abbraccio amoroso di tutta la politica, una questione, a dir poco importante è passata in secondo piano: il perché. Perché far votare i sedicenni? Quali sarebbero i fattori positivi di questa decisione?


In un mio articolo precedente ho espresso il teso rapporto tra giovani e politica che è dovuto a più fattori: in primo luogo ad un elemento storico, con la tradizionale diffidenza degli italiani verso le istituzioni, sempre ritenute circondate da un alone di corruzione e ruberie. Vi è poi un fattore di contemporaneità, con i politici che si impegnano a staccare i giovani dall’informazione vera tramite post su social e diffusione di fake news denigratorie verso qualcun altro (peraltro, alcuni dei quali abbracciano con gioia la proposta di abbassamento dell’età della soglia di voto), e infine il disinteresse che i giovani maturano, nato dalla superficialità, che prolifera nel momento in cui loro vengono allontanati dalla politica vera ed imboccati con il nulla delle televisioni commerciali e dei social imbavagliati.

Come si fa a permettere che questa condizione cambi, rendendo così i giovani più partecipi e più preparati sull’argomento? Semplice: facendoci studiare.

A fine maggio, quando era ancora al Ministero degli Interni, Salvini aveva esultato in seguito all’approvazione della reintroduzione dell’educazione civica (sì, era stata reintrodotta!), definendola come “una grande battaglia della Lega”. Piccolo problemino: mancavano i professori. E nessuno, a cominciare dall’ex ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, si è occupato di andare a cercarli, stanziando qualche soldino. Nessuno studente ha mai fatto una sola ora di educazione civica dall’inizio della scuola a settembre. Dunque, un fattore importante per far sì che ai seggi vadano ragazzi (in)formati è la reintroduzione dell’educazione civica, a cominciare dalle scuole medie. Non chiediamo molto, almeno un’ora a settimana ed il governo deve trovare il personale adatto. Per quanto può sembrare semplice, quest’insegnamento non dev’essere banalizzato o preso sottogamba. Non vi dev’essere un docente di parte, ma dev’essere esclusivamente a scopo formativo, come sulla nostra Costituzione. Gli studenti che si impegnano nello studio dell’educazione civica vanno premiati esattamente come accade nelle altre materie. Formandosi una coscienza costituzionale ed informandosi, gli studenti potranno sostenere dei dibattiti, capire ciò di cui si parla, saperlo anche spiegare e formulare magari una propria opinione a riguardo e rispettare quelle altrui, oltre che essere pronti per esprimere la propria preferenza elettorale.

Poi anche i professori possono mettersi in proprio, magari dedicando qualche decina di minuti alla lettura di quotidiani in classe ogni settimana (a scopo informativo sulle vicende che accadono, in Italia e non).


Una cosa va detta: allargando il diritto del voto fino ai sedicenni, nella situazione attuale non cambierà di certo granché. Gli schieramenti politici rimarranno stabili, non avverranno stravolgimenti nel consenso percentuale ai vari partiti. Ma, entrando di fatto in campo una nuova fetta di elettori, ragazzi tutti compresi tra i sedici ed i diciotto anni, la politica dovrà occuparsi anche di loro. Insomma, dovrà fare i conti con una realtà che teoricamente dovrebbe avere già a cuore ma in che realtà non è sufficientemente tutelata dalla politica. Dovrà impegnarsi, per accaparrarsi le nostre preferenze e coinvolgendoci con programmi mirati ad includerci. Una campagna elettorale che dovrà concentrarsi sui noi giovani, dovrà saper trattare la passione che ci caratterizza, che a volte è persino un po’ ingenua ma pulita, onesta, buona, vera. Lo abbiamo dimostrato più volte: con i Fridays For Future, le grandi manifestazioni ambientali promosse dalla giovanissima attivista Greta Thunberg, che ci ha riportati in piazza per manifestare e lottare con coraggio e determinazione in favore di un domani che sembra più incerto che mai, mentre spesso la politica su queste tematiche si è rivelata lenta e poco intraprendente e che solo grazie al nostro coro giovanile di recente sta iniziando a prendere sul serio il pericolo incombente. E poi le Sardine: dei ragazzi che, in maniera del tutto spontanea, si sono radunati nelle piazze, a partire da quella di Bologna il 14 novembre, per manifestare pacificamente e coraggiosamente la loro opposizione alle politiche salviniste, ai decreti sicurezza e all’intolleranza che si sta diffondendo. Hanno ricordato al leader leghista che le piazze appartengono ai giovani intraprendenti, non alla Combriccola dell’odio. E dunque il Capitone ha tolto il disturbo, rinchiudendosi in palazzetti, e le piazze di tutta Italia si sono riempite di giovani allegri che cantano ‘Bella Ciao’ (canzone meravigliosa che qualcuno si vergogna di cantare apertamente, dimenticandosi che è il canto di tutti, della libertà e dell’antifascismo, non dei “brutti e cattivi comunisti”) e ci regalano dei veri sorrisi, il tutto mentre i grandi partiti politici, dai quali ci si aspetterebbe qualcosa, fanno fatica a schierarsi apertamente contro il salvinismo.


Abbiamo dei sogni, delle speranze; crediamo nel nostro futuro, per il quale grazie a manifestazioni come i Fridays For Future abbiamo iniziato a lottare; la politica deve cogliere i nostri sogni e le nostre speranze, li deve capire e li deve coltivare, portandoli avanti come battaglie da rispettare e da onorare. Non facendo inutili slogan accaparra-voti, perché quella è poco più di un’opzione usa e getta. Anche perché, inconsapevolmente, la politica stessa ha bisogno di noi giovani. Siamo nuova linfa, siamo cambiamento, siamo nuove proposte, nuove idee. In una politica come quella italiana, che urge di rinnovamento vero, noi siamo l’occasione e l’antidoto di cui c’è bisogno per effettuare un cambio di direzione. Il perché alla domanda-titolo di questo articolo sta proprio qui: i giovani sono la speranza della politica futura, sono la medicina per allontanarla dagli errori del passato.

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