«Perché, nel 2017, siete ancora qui a far politica?»

Aggiornato il: 19 ago 2019

«Perché, nel 2017, siete ancora qui a far politica?» Questo mi hai chiesto, Marco, qualche settimana fa, alla fine di un mio intervento in un istituto superiore. Mi hai guardato negli occhi, con l’aria di sfida tra lo sfrontato e l’ingenuo che contraddistingue i tuoi quattordici anni ed io ho pensato che tu avessi tutte le ragioni di pormi quella domanda, ma che le motivazioni dietro a questo tuo dubbio sono probabilmente diverse dalle mie. Nella mia testa, le cose funzionano più o meno così: Siamo nati in un’epoca storica in cui molti catalogano la politica appena un gradino sopra la delinquenza. In molti posti, appena un gradino sotto. Viviamo in un Paese in cui buona parte della popolazione rinuncia a difendere le proprie idee, e la gran parte della politica rifiuta di proporne. Una classe politica che, invece di offrire diversi modi di pensare la società, prevalentemente si limita a distribuire placebo per le pance in subbuglio; che si ostina a cercare soluzioni semplici a problemi complessi. In questo Paese, in questo momento, perché mai uno, dieci, cento ragazzi in una città come Milano dovrebbero spendere il loro tempo -e spesso i loro soldi- per parlare di politica, per informare, per sviluppare proposte? In un sistema rappresentativo in cui quasi metà della popolazione non si sente rappresentata, che senso ha, appunto, tentare di esprimere, di raccontare una generazione frastagliata, intricata, confusa come la nostra? Chissà, mentre tutto questo scorreva nella mia testa, che cosa passava nella tua. Non ti ho dato una grande risposta quel giorno; anzi, non ti ho risposto proprio: provo a farlo oggi. Esci di casa, Marco, e guardati intorno. Tutto quello che vedrai è stato reso possibile in nome di una libera e tacita alleanza tra uomini, di un sistema, chiamato Stato, che sostituisce alla legge del più forte quella della democrazia. Entra a scuola, vai in ospedale, Marco. Quello che studi, le cure che ricevi, sono possibili grazie ad una cosa chiamata welfare, che comincia nel momento in cui, seccati, i nostri genitori pagano le tasse, e conclude il proprio ciclo nello stipendio dell'insegnante che ti ha fatto scoprire Baudelaire, Galileo, Garibaldi. Uscendo da scuola, osserva bene intorno: guarda il senzatetto sdraiato al sole, la prostituta vittima di tratta che piange sotto ad un lampione. Sbircia nelle case di chi non arriva a fine mese, e guarda il ragazzo, ricco o povero che sia, che insulta il bimbo di un colore più scuro del tuo che abita proprio di fronte a casa tua. Forse quel ragazzo oggi non è andato a scuola, e nemmeno a lavorare, si è arreso alla rabbia verso un sistema che, seppur funzioni nel complesso, crea vinti e vincitori. Leggi, sul giornale abbandonato sulla panchina di un parco, le storie del boss latitante, del finanziere fallimentare, dell'azienda che chiude. Per non parlare di ciò che succede in Siria. E in Nigeria. E potremmo continuare a lungo. Queste, Marco, sono le storture del nostro sistema, le ingiustizie del nostro tempo. Possono arrivare ovattate nella tua stanza, mentre come ognuno di noi ti inventi mille modi per non dover finire di studiare questo capitolo di fisica o di scrivere quel tema di italiano. Ma ovattate non sono, e non dovrebbero sembrarlo. Siamo in molti come Marco: sí, tu, io, tutti: siamo malati di indifferenza e supponenza. Allora Marco, vuoi sapere perché? Lo faccio per me. Perché non voglio convivere con una realtà come questa, perché sento di non potermi pensare felice in un mondo in cui troppe persone non hanno la possibilità di esserlo. Lo faccio per Francesca, sedici anni, che dopo l'intervento al Liceo Severi mi ha ringraziato, e ancor di più per Marta, quindici, che all'istituto Borsa mi ha gridato in faccia «Io sono razzista!». E sì, Marco, lo faccio anche per te, che ti sei subìto due ore di discussione sullo Ius Soli e, mentre ti fissavo perso nei miei pensieri -magari con un’espressione inquieta e un po’ comica in volto- mi hai detto: «comunque l'anno prossimo tornate, vero?».

Paolo Romano

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