Non puntateci il dito, porgeteci una mano

di Andrei Daniel Lucanu



Il 4 maggio ed il 18 maggio saranno date sui nostri calendari difficili da scordare: dopo due, durissimi, mesi di quarantena sono arrivate le prime tanto attese aperture, sulla strada di una nuova normalità.


Dopo gli anziani ai supermercati, dopo i runner, dopo quelli che portano a passeggio il cane, dopo quelli che si abbassano la mascherina per la sigaretta, i giovani, noi giovani, siamo diventati il nuovo capro espiatorio. Foto e video di assembramenti, di serate notturne composte da ragazzi e ragazze sono rimbalzate sui social ed in televisione fin dal giorno dopo l’inizio della fase 2.2. Il 18 maggio, dopo tre mesi, l’opinione pubblica si è ricordata di noi! In relazione solo alla movida, ma è pur sempre qualcosa, no?


Siamo stati lasciati soli in un silenzio che ha riguardato un’istruzione che non è stata garantita in modo inclusivo ed efficace, la penalizzazione della socialità in una fase della vita in cui i rapporti umani sono determinanti per la crescita personale, il dramma dei giovani disabili, il lavoro tra stagisti e lavoratori stagionali e sul futuro. Sì, il futuro: troppo spesso ci si dimentica che il debito pubblico, già enorme nel pre-crisi, graverà sulle nostre spalle e sul nostro futuro nel quadro di una società sempre più anziana e con una crescente domanda di servizi ed assistenza.


Lo stesso futuro in cui i giovani italiani faticheranno a competere nel fluido mondo del lavoro sempre più digitalizzato. C’è un problema serio di inadeguatezza della preparazione che ci viene fornita, vista l’assenza in molti percorsi di studio di coding e affini.


In tutto questo, però, la politica e l’opinione pubblica italiana si permette di avere il lusso di ricordarsi dei giovani solo in occasione della solita ramanzina che, per quanto non campata in aria, non può essere l’ unica attenzione riservataci in questa crisi: non siamo una massa informe di irresponsabili nulla facenti.


Noi U30 siamo cresciuti sulla cresta di una pandemia e di due delle crisi economiche più forti della storia ma, di contro, non veniamo ascoltati mentre le prospettive per il nostro stesso futuro si assottigliano sempre più, mentre è crescente la sensazione si smarrimento e mancanza di uno scopo.


Forse è ora di cambiare mentalità: è ora di mettere i giovani al centro di un nuovo progetto di sviluppo. Ed è il momento, anche per noi, di prenderci il ruolo che ci spetta, con tutte le responsabilità del caso.

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