La mia esperienza in un campo di Libera e perché dovresti farla anche tu

di Chiara Stella Vannucci

Abbiamo bisogno di coscienze inquiete nel paese, di cittadini che dicano basta

Don Ciotti, Fondatore di Libera


Cos’è un campo di Libera? I Campi di impegno e formazione sui beni confiscati alle mafie nacquero nel 1996 quando, grazie alla legge 109, i patrimoni sottratti alla criminalità organizzata iniziarono ad essere restituiti alla collettività. Libera non gestisce direttamente i beni confiscati, ma promuove interventi formativi per renderli un punto di riferimento per lo sviluppo locale, economico e sociale.


Ho scoperto l’esistenza di questi campi da un’amica - nonché compagna dei GD. I suoi racconti erano così entusiasti che decisi, senza pensarci troppo su, di farne uno con lei. Così il 22 luglio 2019 appena finito l’ultimo esame della sessione, sono partita da Milano Centrale: direzione Scafati, precisamente a metà tra Napoli e Salerno.

Cosa mi aspettavo da questa esperienza? Non saprei rispondere. Probabilmente nulla di particolare, semplicemente imparare facendo qualcosa di buono. Mai avrei immaginato che quella settimana mi avrebbe profondamente cambiata.


Arrivai all’una di notte in una parrocchia allestita con delle brandine mentre tutti dormivano. “Domani sveglia alle 5:30”. “Ah ok”, pensai. La mattina dopo conobbi i miei compagni di viaggio: venti ragazzi, più o meno miei coetanei che arrivavano da tutta Italia e una manciata di iscritti dello SPI CGIL (neanche sapevo ci sarebbero stati i diversamente giovani).


Al mattino ci occupavamo del Fondo agricolo Nappo, un bene confiscato comprendente campi di pomodoro San Marzano, frutteti, orti sociali: nello specifico estirpavamo erbacce, irrigavamo e raccoglievamo. Nel pomeriggio avevamo la possibilità di formarci: sulla mafia e sulla camorra, in particolare quella dell’agro nocerino-sarnese. Abbiamo anche avuto l’occasione di approfondire la storia del territorio, visitare la fabbrica che avrebbe trasformato i nostri pomodori e parlare con i ragazzi che coraggiosamente hanno deciso che a Scafati sarebbero rimasti.


Ma a lasciare davvero il segno è stato il pomeriggio trascorso al quartiere Sanità di Napoli.

Sanità è un luogo, che a primo impatto, è difficile da comprendere. Una zona in cui i bambini di otto anni guidano motorini in due senza casco, in cui quando cammini per strada con la maglia di Libera qualcuno ti sorride, qualcuno ti chiede cosa sia e qualcun altro abbassa lo sguardo. È il quartiere in cui è nato Totò ed è il quartiere dove i bambini lasciano la scuola perché entrano nelle mani della Camorra. Tuttavia, è lo stesso quartiere in cui i ragazzi della zona si sono uniti e hanno riaperto le Catacombe di San Gennaro, si sono reinventati guide turistiche e oggi danno lavoro a decine di giovani. Ed è lo stesso posto in cui il papà di Genny Cesarano, 17enne vittima innocente di una stesa, d’accordo col parroco ha fondato un’associazione per strappare i bambini alla criminalità facendoli giocare in oratorio dopo la scuola. Ecco, trovai la motivazione per cui feci quella settimana negli occhi lucidi del padre di Genny. Raccontava quell’esperienza ad un gruppo di ragazzi che avrebbero avuto la medesima età del figlio. Qualcuno di noi gli chiese “come trova la forza di andare avanti?”. Beh la forza eravamo noi.

È nel viso fiero dei ragazzi della Sanità che con orgoglio raccontavano la storia della loro straordinaria città.

È nei sorrisi dei miei compagni di viaggio, diventati presto come fratelli, che ho trovato la speranza in un mondo migliore, la stessa speranza che nella mia attività politica a Milano si era gradualmente sbiadita.

È nei consigli dei compagni più anziani, che con lo stesso nostro impegno sudavano sotto il sole nei campi, e che hanno reso il divario generazionale non un peso ma un arricchimento.

È nei nostri ‘capi campo’ Raffaella e Gianluca, giovani adulti che hanno deciso di restare nel loro territorio per lottare. Forse se si fossero trasferiti al nord avrebbero guadagnato più soldi, avrebbero avuto meno sangue amaro vedendo le ingiustizie che ancora si consumano ogni giorno a fianco a loro: ma proprio la rabbia di Raffaella e la calma di Gianluca mi hanno insegnato che se vuoi vincere devi restare.

È nella realizzazione che siamo umani, che la mafia è un fenomeno umano, che le necessità e i sentimenti di un milanese e quelli di uno scafatese sono gli stessi.

Sul treno di ritorno, ho pensato a come fossi differente dalla Chiara della partenza. Ci ho messo del tempo per elaborare il turbinio di emozioni che era stata quella settimana, anzi probabilmente non ho ancora elaborato. Di due cose sono sicura: la prima è che questa estate mi attende un altro campo, la seconda è che terrò un diario.

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