Il mio mese da medico in Camerun

di Federico Boggio

Andare in Africa, non come turista ma immergendosi nelle sue contraddizioni. Vivere l’Africa. È questo il desiderio che mi ha accompagnato per anni, soprattutto da quando mi sono iscritto a medicina, e che quest’anno sono riuscito finalmente a realizzare. Dopo la laurea, con altri quattro compagni di corso, ho deciso di approfittare del tempo a disposizione per passare laggiù un mese in ospedale. So che un mese non è molto, si fa appena in tempo ad ambientarsi che arriva già il giorno del volo di ritorno, ma è abbastanza per vedere almeno uno scorcio di un mondo conosciuto soltanto attraverso libri e telegiornali.

La nostra meta è stata il Camerun, ex colonia francese dell’Africa centrale che a stento riuscivo a trovare sulle carte geografiche, in particolare in un ospedale di Garoua, nel nord del Paese.

Quando dall’Europa ci immaginiamo i paesi africani spesso si pensa alla guerra, a regimi feroci o a persone che muoiono di fame in mezzo alla strada, mentre il Camerun per fortuna vive da anni una situazione di relativa normalità. Mi riferisco ovviamente alla normalità in senso africano, ovvero la possibilità di vivere una propria quotidianità senza particolari pericoli, in uno stato di generalizzata povertà che riguarda la grandissima maggioranza della popolazione, con una quantità infinita di sfide e di limitazioni che solo con il passare dei giorni abbiamo progressivamente scoperto.


Essendo arrivati a Yaoundé, la capitale situata nel centro-sud, nei giorni successivi al nostro arrivo abbiamo dovuto affrontare il viaggio per raggiungere Garoua, iniziando ad affrontare la realtà africana rivedendo innanzitutto il nostro concetto di distanza. Lo stato delle infrastrutture, quando esistono, è penoso, per cui i tempi per spostarsi si allungano indefinitamente, senza contare che puntualità e ritardo in Camerun sono solo opinioni. La rete ferroviaria, gravemente sottosviluppata, ci raccontano essere soggetta a continui deragliamenti, mentre il trasporto su strada soffre di una manutenzione inesistente, senza contare l’alto numero di strade nemmeno asfaltate.

Il nord del Camerun corrisponde esattamente all’idea che noi occidentali abbiamo di Africa: miriadi di villaggi costituiti da case di fango con i tetti di paglia, senza acqua corrente né energia elettrica, bambini che giocano e capre ovunque. Un modo di vivere così profondamente diverso che dalle nostre comode case non si riesce neanche a immaginare. Mi è rimasta particolarmente impressa una scena, vista in ospedale, che secondo me ben rappresenta la realtà di queste persone. Alla fine della visita di una paziente proveniente da chissà quale villaggio, il medico con cui lavoravo invita ad uscire dalla stanza la paziente, la quale si alza, arriva alla porta chiusa e rimane ferma a guardarci, impossibilitata a uscire perché non sa fisicamente come aprire una porta per uscire. Ancora adesso quando ci penso mi viene il dubbio di averlo sognato, mai avrei creduto che fosse possibile trovare qualcuno così isolato dal resto del mondo da non saper girare una maniglia.


Dal punto di vista dell’esperienza ospedaliera ho trovato un mondo in cui il sistema sanitario è praticamente inesistente, con nessuna forma di assistenza gratuita: esami del sangue, imaging, medicinali, ospedalizzazione, tutto a pagamento, e ovviamente costosissimo per una popolazione in cui lo stipendio medio si aggira attorno ai 150 euro al mese. La conseguenza più terribile di questa situazione è che spesso le persone aspettano molto tempo prima di consultare un medico, arrivando spesso quando è troppo tardi per porre un rimedio, come quando mi sono ritrovato davanti una ragazza venticinquenne che non riusciva neanche a camminare per i lancinanti dolori dovuti ad un’infezione addominale non trattata. È morta tre giorni dopo nonostante le cure.

Esercitare la medicina in un contesto del genere significa operare una continua mediazione tra ciò di cui il paziente ha bisogno e ciò che può permettersi, sapendo che anche una volta raggiunta una diagnosi, le armi terapeutiche a disposizione sono pochissime.

L’altro grande limite della sanità africana è la mancanza cronica di competenze. I medici sono pochi e gli specialisti ancora meno, per cui gli infermieri spesso si ritrovano a visitare e prescrivere farmaci, persino ad operare come chirurghi. Anche quando l’ospedale dispone di medici specialisti, spesso mancano i macchinari e i tecnici di supporto, quindi anche procedure per noi ordinarie come un’ecografia diventano complesse.

A tutte queste difficoltà di natura tecnica si sommano la corruzione dilagante anche tra i medici, che in molti casi chiedono un sovrapprezzo ai pazienti rispetto a quello che hanno già pagato alla struttura ospedaliera, oppure la mancanza di professionalità degli operatori sanitari, che ho visto raggiungere livelli a volte incredibili, come dei tecnici di laboratorio che falsificavano i test dell’HIV per evitare di dare brutte notizie.

In tutto questo caos chi ne subisce le maggiori conseguenze sono i bambini, una presenza costante nella realtà africana anche in ospedale. Se già nei paesi ricchi rappresentano una categoria di pazienti cui prestare maggiore attenzione, visto il loro organismo più debole e ancora in fase di sviluppo, in Africa la frequente malnutrizione aggrava il quadro. A causa dell’immaturità del sistema immunitario sono soprattutto le infezioni che colpiscono con particolare gravità i bambini più piccoli; la malaria in particolare è un flagello costante con migliaia di vittime ogni anno, da cui nonostante tutte le precauzioni è impossibile sfuggire. Le condizioni igieniche precarie oltretutto non aiutano a migliorare la situazione, così come il frequente ricorso alle medicine tradizionali o all’automedicazione con farmaci comprati per strada contenenti chissà quali principi attivi.


Devo ammettere che quando ho deciso di impegnarmi in questa esperienza pensavo di essere pronto a tutto, ma ogni paziente che entrava in ambulatorio ha rappresentato una sfida al mio modo di vedere il mondo, ogni storia che mi veniva raccontata mi lasciava l’amaro in bocca.

So che ricordare quanto siamo fortunati ad essere nati in Europa appare come una frase preconfezionata, ma posso assicurare che nella mia mente si è ripetuta infinite volte durante il mio mese in Camerun. Vorrei poter dare spiegazioni più complesse e complete, scrivere una lunga dissertazione sul perché loro siano in una condizione di tale arretratezza e noi così avanzati, ma non ne ho le competenze. Quello che mi rimane stampato in testa è che in Africa la contrapposizione tra noi e loro è presente in ogni istante, ad ogni passo e con ogni persona che incontri. Noi i ricchi, loro i poveri.

Nient’altro conta.

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