L’esistenza negata: essere omosessuali in Cecenia

Aggiornato il: 19 ago 2019

Non puoi arrestare o reprimere persone che semplicemente non esistono nella repubblica. Se queste persone esistessero in Cecenia, le forze dell’ordine non dovrebbero preoccuparsi perché le loro stesse famiglie li manderebbero in luoghi da cui non potrebbero più tornare”.

Queste parole sono state pronunciate da Alvi Karimov, portavoce del premier ceceno Ramzan Kadyrov, in risposta alle accuse rivolte dalla comunità internazionale al governo ceceno per la campagna di repressione e arresti recentemente attuata nei confronti di persone omosessuali.

Tragicamente, non si tratta di amara ironia, ma di normalità in Cecenia, piccola repubblica semi-indipendente sparsa nel Caucaso e accorpata nella Federazione Russa, governata ininterrottamente dal 2007 da Ramzan Kadyrov il quale, forte dell’appoggio e della protezione garantite dalla Russia, è riuscito ad instaurare nel Paese una dittatura conservatrice fondata sulla commistione tra potere religioso e politico. Nel silenzio dei media, la Repubblica Cecena è da diversi anni oggetto d’indagine da parte delle organizzazioni umanitarie e non governative per i diritti umani, che denunciano costantemente sequestri di persona e arresti illegali, con casi di torture ed esecuzioni sommarie, perpetrati con particolare veemenza nei confronti di giornalisti dissidenti e oppositori politici. Tuttavia, una repressione così accanita non era mai stata posta in essere specificamente nei confronti della comunità omosessuale.

Ma chiariamo come la questione si è posta all’attenzione dei media internazionali.

Il 1 aprile scorso, Elena Milashina, giornalista impegnata nel denunciare le violazioni di diritti umani in Cecenia, ha pubblicato sul quotidiano russo indipendente Novaya Gazeta un reportage di denuncia in merito alla scomparsa e al sequestro di un centinaio di uomini nella Repubblica Cecena, arrestati per “il loro - presunto o accertato – orientamento sessuale non tradizionale” e condotti in alcune ex caserme militari, dove sarebbero stati sottoposti a torture, umiliazioni e trattamenti degradanti affinché denunciassero i nomi di altre persone omosessuali. Secondo il quotidiano, l’operazione repressiva, iniziata alla fine di febbraio e tuttora in corso, sarebbe stata effettuata in modo mirato, individuando le persone da perseguire attraverso app di appuntamenti frequentate da omosessuali e sui social network, nonché utilizzando i cellulari sequestrati ai detenuti per effettuare nuovi controlli e arresti. L’inchiesta cita i nomi di almeno tre uomini deceduti, due a seguito delle persecuzioni subite durante la detenzione forzata ed uno giustiziato da parte della propria famiglia per averne offeso l’onorabilità. Proprio per questo, molti omosessuali ceceni sono costretti ad abbandonare la loro casa ed emigrare in altri Paesi - Paesi in cui poter esprimere la propria omosessualità liberamente, lontano dalla terra cecena e dal suo cieco bigottismo, ostile a qualsiasi tipo di minoranze.

Le informazioni riguardanti le “retate” sono state successivamente corroborate da testimonianze simili raccolte da varie ONG locali e dalle fonti sul posto di organizzazioni per i diritti umani internazionali quali Human Rights Watch e Amnesty International. Un problema diffuso resta proprio il fatto che le notizie sono difficilmente verificabili; l’omosessualità rimane, infatti, un tabù in Cecenia e le vittime sono restie a denunciare i soprusi subiti per timore di possibili ritorsioni non solo governative, ma da parte delle loro stesse famiglie. La società cecena è omofoba al punto che dichiarare pubblicamente di essere gay equivale a ostracizzarsi e a gettare su di sé ed i propri cari un’ombra di vergogna e disprezzo, che macchia l’onore e la rispettabilità della famiglia. Per tali ragioni, il governo ceceno ha invitato la popolazione a punire i propri familiari accusati di sodomia attraverso il “delitto d’onore”.

Dopo il primo articolo, Novaya Gazeta ha pubblicato un aggiornamento dettagliato, contenente foto e testimonianze in forma anonima di persone omosessuali segretamente detenute che erano riuscite a scappare fuori dal Paese o che si stavano nascondendo in Cecenia. Il giornale ha quindi deciso di collaborare all’attivazione di una linea telefonica, unitamente all’associazione russa LGBT Network, al fine di raccogliere racconti e testimonianze sulla detenzione illegale di uomini omosessuali e di fornire loro supporto immediato.

Ci trattavano come animali” – racconta un uomo che ha trascorso una settimana detenuto nel “campo rieducativo” di Argun, a circa 15 chilometri di distanza dalla capitale Groznyj  – “Le percosse e le scosse elettriche riuscivo a sopportarle… Ero forte. Ma l’umiliazione era insostenibile. La polizia ci sputava addosso, apostrofandoci come animali disgustosi e costringendoci ad assumere pose umilianti… Quando mi hanno rilasciato, ho pensato di impiccarmi. Non riesco a sopravvivere con questo ricordo, non posso”.

Un’altra testimonianza di un sopravvissuto è sufficiente a descrivere l’orrore provato. “Il posto in cui mi hanno portato sembrava abbandonato ma in realtà si trattava di una prigione segreta sulla quale non esistono informazioni ufficiali… Eravamo diverse dozzine di uomini in una sola stanza. E il numero cambiava in continuazione. Tre volte al giorno ci permettevano di andare in bagno, mentre svariate volte ci portavano fuori per picchiarci. Lo chiamavano “interrogatorio”, finalizzato ad ottenere i nomi di altri omosessuali. Per questa ragione non hanno spento i nostri cellulari durante la detenzione, proprio perché aspettavano che qualcun altro cadesse nella trappola, scrivendoci o chiamandoci. Eravamo sottoposti a scosse elettriche. Faceva male. Resistevo finché potevo, per poi cadere a terra privo di conoscenza… le urla delle persone torturate erano una costante. Venivamo anche percossi con tubi di acciaio, sempre al di sotto del petto. Ci dicevano che eravamo «cani che non meritavano di vivere»… Un ragazzo era stato picchiato così violentemente che si potevano vedere le ferite aperte sul suo corpo. Alla fine l’hanno consegnato alla famiglia e dopo qualche tempo abbiamo scoperto che era morto”.

A seguito degli articoli pubblicati, Novaya Gazeta e i suoi giornalisti sono stati ripetutamente minacciati da esponenti del governo ceceno “per aver anche solo osato suggerire alla popolazione che in Cecenia possano esistere uomini gay”. L’episodio più preoccupante si è verificato il 3 aprile, quando gli esponenti della comunità religiosa e della società civile cecena, insieme a circa quindicimila persone, si sono radunati a Groznyi per lanciare una fatwa nei confronti del quotidiano, definendolo “nemico della nostra fede e della nostra madrepatria”.


Piuttosto ambigua sulla vicenda resta la posizione della Russia che, inizialmente restia a pronunciare un’aperta condanna nei confronti del governo ceceno, a seguito delle crescenti pressioni della comunità internazionale, ha deciso di aprire un’inchiesta federale. Tuttavia, il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, suggerendo alle persone vittime di abusi di sporgere denuncia alle competenti autorità giudiziarie locali, senza però garantire loro adeguata protezione, ha di fatto vanificato le promesse di Mosca, lasciando le persone perseguitate in balia di ritorsioni. Recentemente, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha incontrato a Mosca il Presidente russo Vladimir Putin per discutere della situazione vissuta dagli omosessuali ceceni, chiedendo particolare riguardo ed attenzione nei loro confronti e invitando tutta la comunità internazionale a non sottovalutare episodi di violenza intollerabili.

Questa settimana, un attivista LGBT milanese, Yuri Guaiana, si è recato a Mosca per presentare una raccolta di firme inerenti ad una petizione firmata per fermare il massacro ceceno. L’attivista è stato trattenuto in questura per mezza giornata per essere poi rimpatriato a Milano in serata.

Non è da sottovalutare quanto accaduto a Yuri: lui è tornato incolume, ma altri attivisti rischiano la morte.

Sara Ceranini e Veronica Buonocore

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