Intervista a Martina Cera: le rotte migratorie

di Ilaria Piromalli




Secondo appuntamento con il nostro ciclo di interviste riguardanti la figura dei migranti. Oggi, con Martina Cera, parliamo del momento in cui queste persone decidono di partire, decidono di migrare.

Martina, classe 94, sta studiando Relazioni internazionali con curriculum in Cooperazione. Inizia a interessarsi di MENA e Women empowerment sin da giovanissima e, nel 2018, lancia il progetto "Un'altra rotta" per raccontare "la politica e i diritti umani nel Mediterraneo Allargato". Ha curato la comunicazione per l’Istituto Affari Internazionali di Roma, è stata contributor per alcune riviste e magazine online, nochè coordinatrice dei volontari per diverse campagne di fundraising nel no-profit. Oggi è Head of Content della startup innovativa GRLS.

Ci ha raccontato quali sono i percorsi che attualmente vengono usati dai migranti per arrivare in Europa e qual è l'attuale situazione di quella che è più vicina a noi, la rotta libica.


Ilaria Piromalli: Tu da anni sei impegnata nello studio e nel racconto di chi migra per necessità. Se dovessi spiegare a un bambino chi è il rifugiato e perché affronta dei viaggi così violenti per poter scappare dalla propria terra, cosa gli diresti?


Martina Cera: In maniera molto semplice gli spiegherei che ci sono bambini che nel loro Paese non possono fare le stesse cose che fa lui: vivere al sicuro insieme alla propria famiglia, frequentare la scuola, giocare con i propri amici, praticare uno sport e così via. Lo stesso vale per i loro genitori. Lo status di rifugiato è pensato per dare la possibilità a queste persone di essere protetti da tutto ciò che, nel loro Paese, li mette in pericolo: perciò

affrontano un viaggio terribile per scappare dalla propria terra.


IP: C'è una geografia dei conflitti che disegna le rotte che oggi conosciamo?


MC: Certo: Eurostat ci dice che i cittadini siriani rappresentano il gruppo maggiore di richiedenti asilo in otto Stati membri dell’UE, seguiti da iracheni e afghani. Parliamo quindi di Paesi che vivono da molti anni situazioni di instabilità. I rifugiati, però, non provengono solo da Paesi in guerra, anche perché la definizione contenuta nella Convenzione del 1951 non si limita alle vittime di conflitti armati. La guerra resta un importante push factor che influenza le rotte, ma non è l’unico.


IP: Cosa succede nell'istante tra la scelta di scappare e la "partenza"? E quali sono i

costi per attraversare l'Africa e il deserto?


MC: Dipende molto dal Paese di provenienza, non solo per una questione di distanze fisiche, ma anche perché esistono delle sostanziali differenze tra Stato e Stato: abbiamo a che fare con 54 nazioni molto diverse tra loro, partire dalla Nigeria o partire dal Mali, anche se alla fine si percorre la stessa rotta, fa sì che i presupposti siano diversi. Sicuramente bisognerà mettere da parte il denaro per pagare il transito, denaro che spesso non basta e

che viene estorto con la forza in varie fasi del viaggio. Si parla sempre di cifre enormi, raccolte con il contributo della famiglia. I costi sono decisamente aumentati, negli ultimi

anni, da quando l’UE ha iniziato a esternalizzare le sue frontiere e ha investito nella lotta

all’immigrazione illegale in Paesi come il Niger: più è pericoloso e complesso più diventa,

logicamente, costoso.


IP: La rotta Mediterranea: ce n'è più di una? E quali tragitti segue?


MC: Certo, ci sono almeno quattro rotte mediterranee.

Partendo da Ovest verso Est abbiamo la rotta occidentale, che coinvolge principalmente la

Spagna e nel 2019 contava 57mila sbarchi. Si passa dal Marocco, Paese con cui sia l’Ue

che Madrid hanno stretto una serie di accordi per limitare il transito. Non bisogna

dimenticare che è proprio qui che si trovano le due barriere di separazione di Ceuta e

Melilla, lunghe rispettivamente 8 e 12 km, che sono state teatro di tutta una serie di

tragedie, la più celebre quella nel 2015.

La rotta del Mediterraneo Centrale, definita qualche anno fa “la rotta migratoria più

pericolosa al mondo”, parte da Algeria, Tunisia e Libia e arriva in Italia. Negli ultimi anni i

numeri sono cambiati, il momento di shock è stato senza dubbio quello che coincide con

l’arrivo di Marco Minniti al Viminale: tra l’inizio della campagna di diffamazione contro le

ONG e gli accordi con la Libia si registrò un calo del 75% circa (da quasi 200.000 a circa

45.000 persone). Con Salvini le cifre sono diminuite ulteriormente, anche se a una velocità

inferiore, toccando un minimo di 10.000 sbarchi l’anno. A febbraio 2020, nel corso del

sesto mese di mandato di Luciana Lamorgese, gli sbarchi attesi in dodici mesi si

attestavano sui 13.000, senza considerare l’emergenza COVID-19 che ha fatto sì che

quella rotta rimanesse completamente priva di mezzi di salvataggio.

Se il simbolo della rotta occidentale sono le barriere di Ceuta e Melilla, e quello della rotta

Centrale Lampedusa, direi che quello che succede sulla rotta orientale è rappresentato

dall’isola greca di Lesbo e dal campo di Moria. Con l’avanzata del sedicente Stato Islamico

tra Siria ed Iraq del 2014 sono state centinaia di migliaia le persone che hanno

attraversato la Turchia e l’Egeo per approdare in Grecia: nel 2015, l’anno più critico, si

parlava di 885.400 migrantI. Poi, anche in questo caso, ci sono stati gli accordi con Ankara

che hanno fortemente limitato le partenze e creato l’ennesima bolla in cui i richiedenti asilo

trascorrono interi anni prima di poter vedere la loro richiesta esaminata.

Infine la rotta balcanica, ossia il tragitto che i migranti che sbarcano in Grecia provano a

compiere per dirigersi verso il Nord Europa. Siamo nell’ordine di oltre 70mila persone solo

nel 2019, il doppio del 2018, che rischiano costantemente di vedere i loro diritti umani

violati dalle forze di polizia dei vari Stati lungo la rotta.


IP: Qual è al momento la gestione della frontiera libica? Ma soprattutto, è possibile

gestire la frontiera libica?


MC: Oggi la Libia è un campo di battaglia in cui i rapporti di forza sono in costante

trasformazione, basti pensare che fino a qualche mese fa il Governo di Accordo Nazionale

cercava in ogni modo di evitare la caduta di Tripoli, mentre oggi le forze del maresciallo

Khalifa Haftar che la cingevano d’assedio sono in ritirata. In queste condizioni, che sono

quelle di un failed State, è impossibile pensare di gestire dei confini nazionali. La frontiera,

ad oggi, è pattugliata dalla cosiddetta guardia costiera libica (dico “cosiddetta” perché

notoriamente composta da trafficanti di esseri umani e miliziani, come hanno evidenziato

le varie inchieste di Nancy Porsia, Francesca Mannocchi e Nello Scavo) che nel corso

degli anni ha fatto abbastanza bene il lavoro per cui era pagata: riportare chi cercava di

attraversare il Mediterraneo nei centri di detenzione, alcuni dei veri e propri lager, con tutti i

mezzi possibili. Tutto questo in una situazione di ricatto permanente simile a quella in cui

ci trovavamo ai tempi del colonnello Gheddafi.

Perciò, per rispondere alla tua domanda: è possibile gestire la frontiera libica, lo sarà

sempre di più se la situazione dovesse stabilizzarsi con la vittoria di una delle parti in

campo e la nascita di un Governo unitario, ma il punto è capire a quale costo umano

siamo disposti a farlo.


IP: Tra il 2018 e il 2019 si assiste a una diminuzione degli arrivi via mare, che

risponde però a un aumento di quelli via terra, attraverso un'altra rotta, la c.d.

Balkans route, la rotta balcanica. Da dove provengono i migranti che attraversano la

rotta balcanica?


MC: Parliamo di pakistani, siriani, afghani, ma anche iracheni e iraniani: la rotta Balcanica è

preferita da chi proviene dal Medio Oriente.


IP: Quali insidie si nascondono dietro questa rotta e cos'è "the game”?


MC: Si tratta di una delle rotte migratorie più militarizzate al mondo: per arrivare in Europa

bisogna superare fili spinati, barriere, telecamere termiche, droni, muri... e non bisogna

dimenticare che, dalla Turchia, si devono per forza superare le frontiere di Grecia, Macedonia, Croazia, Bosnia, Serbia, Montenegro, Slovenia, Ungheria. Il rischio di essere

rimandati al punto di partenza o di restare bloccati è altissimo, per questo si chiama “the

Game”.

Oltre alle difficoltà legate alle tecnologie messe in campo per respingere i migranti c’è da

sottolineare che la polizia dei vari Paesi coinvolti non risparmia brutalità e abusi dei diritti

umani.


IP: Infine, tu da anni sei impegnata nel racconto oltre che di quanto accade, dell'accoglienza attraverso Un'altra rotta che, uno straordinario progetto che ha il

merito di fare soprattutto da fact checking a tante storture. Tra i muri anti-migranti

nell'area balcanica e la difficoltà italiana a produrre una coerente normativa sul tema

migratorio, quali sono le sfide dell'accoglienza per l'Europa e l'Italia oggi?


MC: Negli scorsi giorni abbiamo visto i Parlamentari italiani in ginocchio in solidarietà alla

comunità afroamericana. Un bel gesto, ma non basta. Le sfide, per il nostro Paese, stanno

tutte qui: nel dimostrare che c’è altro oltre alle parole e che quello che succede al di là

dell’Atlantico conta quanto quello che accade nel Mediterraneo, nei campi dove i braccianti

vengono sfruttati, nei centri per il rimpatrio e in generale nel nostro sistema di accoglienza.

Per rispondere a queste sfide è necessario abolire i decreti sicurezza, superare la Bossi-

Fini, aprire i corridoi umanitari, approvare lo Ius Soli. A livello macro, quindi europeo, rivedere questa politica di esternalizzazione delle frontiere, smettere di nascondere la

testa sotto la sabbia quando si parla dei figuri a cui decidiamo di appaltare la sorveglianza

dei nostri confini, rivedere le norme di ingresso per studio e per lavoro.

C’è tanto da fare, per ora non smetto di credere che un progetto grande come quello

europeo possa rendere tutto questo possibile.

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