L'imbuto formativo e quella carenza cronica di giovani medici

di Federico Boggio



Il 27 e il 29 maggio a Roma, Milano e in altre 20 piazze in tutta Italia i giovani medici hanno organizzato delle manifestazioni per protestare contro l’imbuto formativo delle scuole di specializzazione. Può essere che sia un argomento di cui abbiate già sentito parlare, nel caso contrario vi spiegherò velocemente di cosa si tratta.

È noto ai più che per essere ammessi a medicina bisogna superare un famigerato test di ingresso a numero programmato. Forse è meno noto che una volta terminati i 6 anni del corso di laurea e conseguita la laurea, un giovane medico per lavorare in maniera stabile nel sistema sanitario nazionale deve necessariamente continuare il suo percorso di formazione per altri 3-5 anni in una scuola di specializzazione o in un corso di medicina generale a cui può accedere solo attraverso una borsa di studio vinta con un concorso annuale.

Fin qui il meccanismo appare certamente molto lungo ma abbastanza lineare, se non fosse che il numero di persone che si laureano è ormai da qualche anno superiore al numero di borse di studio messe a disposizione per proseguire il percorso formativo. Questa discrepanza ha innescato un processo di progressivo aumento dei candidati al concorso per le scuole di specializzazione, ormai noto come imbuto formativo, tanto che l’anno scorso a fronte di 8830 borse i candidati sono stati ben 17595. I giovani medici esclusi dall’ingresso in una scuola di specializzazione o dal corso di formazione in medicina generale sono detti “camici grigi”, giovani formati dal nostro sistema universitario e costretti ad arrangiarsi con lavori temporanei in attesa del concorso dell’anno successivo o ad emigrare all’estero per poter completare la propria formazione, ovviamente poi con scarse probabilità di ritorno in Italia.


Ma dove sta l’assurdità maggiore di tutto questo sistema? Che medicina e chirurgia è un corso di laurea a numero programmato, un meccanismo che permette di ammettere in università l’esatto numero di studenti che si è in grado di formare e poi immettere nel mondo del lavoro. Evidentemente qualcosa è andato storto.


Durante l’epidemia da Covid-19 ci siamo sentiti ripetere ad ogni telegiornale da qualunque rappresentante delle istituzioni dell’importanza del nostro sistema sanitario nazionale e della gratitudine immensa verso i professionisti sanitari che hanno in alcuni casi addirittura perso la vita nell’assistere i malati. Ebbene, che fine ha fatto tutto questo ora che, si spera, siamo riusciti a contenere l’epidemia? I giovani medici, che in moltissimi casi hanno dato il loro contributo lavorando negli ospedali e nel territorio, hanno ricevuto per settimane dal Ministero dell’Università informazioni contrastanti e poco chiare in merito alla data del concorso 2020, che infine è stato spostato a dopo l’estate. I giovani medici si sono sentiti dire dal Ministro della Salute che le 4200 borse stanziate dal DL Rilancio sono un modo per realizzare i loro sogni, non un diritto che hanno come professionisti a terminare una formazione essenziale, ma soprattutto un diritto che hanno i cittadini italiani a vedere garantiti i servizi sanitari.


Dall’analisi dei dati sul futuro del Sistema Sanitario Nazionale emerge una realtà estremamente preoccupante: in Italia 4 medici su 10 hanno più di 60 anni e da qui al 2025 andrà in pensione la metà della forza lavoro dell’SSN, senza che vi corrispondano altrettanti ingressi da parte di neospecialisti, con un gap stimato di oltre 16.000 medici in meno.

Nel decennio 2010-2019 tra tagli e definanziamenti secondo la fondazione GIMBE sono stati sottratti 37 miliardi di euro al SSN, con una crescita incontrollata della spesa sanitaria privata, con un conseguente aumento delle diseguaglianze sociali.

Sono purtroppo numeri drammatici, che mettono seriamente in dubbio la tenuta nei prossimi anni del SSN, un tesoro di cui giustamente possiamo vantarci anche all’estero e che garantisce, con tutti i suoi limiti, il rispetto dell’art. 32 della nostra Costituzione:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti

Ormai siamo all’ultima occasione per affrontare in maniera strutturale un problema che il nostro Paese si trascina da troppo tempo e le proteste in piazza dei giovani medici dovrebbero allarmare la popolazione, che in questi ultimi mesi ha avuto viva dimostrazione del fondamentale ruolo svolto dall’SSN nel difendere un diritto così essenziale che sembrava essere stato dimenticato. È necessario che l’opinione pubblica sia consapevole del problema e che si mobiliti a difesa di una sanità pubblica, universalistica e di qualità. Noi professionisti sanitari non possiamo combattere questa battaglia da soli, abbiamo bisogno che anche i cittadini si impegnino per rendere la difesa del diritto alla salute una priorità del governo, delle regioni e del sistema paese nel suo complesso, altrimenti non servirà un’altra pandemia per far collassare il nostro sistema sanitario, basterà solo aspettare.

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