Hong Kong non è Cina


Hong Kong, 4 ottobre 2019 (Anthony Kwan/Getty Images)

Le proteste vanno avanti ormai da più di tre mesi. E non accennano a smettere. A metà settembre alcuni cittadini di Hong Kong si sono radunati davanti al consolato britannico e sulle note di “God Save The Queen” hanno chiesto al Governo di Sua Maestà di intervenire in loro difesa. E non sono pochi i nostalgici del periodo in cui Hong Kong era uno dei principali scali commerciali dell’Impero Britannico in Asia. Per più di 100 anni infatti il territorio di Hong Kong è stato una colonia britannica.


I primi insediamenti inglesi sull’isola omonima risalgono al 1842, quando il Celeste Impero cinese fu costretto ad aprirsi all’influenza occidentale dopo la sconfitta nella Prima Guerra dell’Oppio. Nei decenni successivi il territorio sotto dominio britannico si ingrandì fino a raggiungere la dimensione odierna: poco più di mille km2 con una popolazione che supera i 7 milioni. Nel 1898 il governo imperiale cinese accordò agli inglesi il possesso dei territori di Hong Kong per 99 anni. E così, nel 1997 la sovranità di quello che era diventato uno dei principali porti dell’estremo oriente è passata dal Regno Unito alla Cina, nel frattempo divenuta comunista.


Oggi, grazie ad un accordo internazionale fra le due potenze, Hong Kong gode di ampia autonomia in tutti quegli ambiti che nella Cina continentale sono invece controllati dal Partito Comunista Cinese. Fino al 2047, l’ex colonia britannica potrà gestire internamente l’economia, la giustizia, il commercio e tutte le materie che non riguardano direttamente politica estera e difesa, che rimangono invece sotto il controllo di Pechino.


Ma i cittadini di questa regione amministrativa speciale stanno assistendo negli ultimi anni a diverse misure pilotate dal governo centrale per “cinesizzare” Hong Kong, misure che stanno riducendo sempre di più il grado di libertà individuali di cui godono. Pechino sta infatti avvicinando sempre di più il territorio continentale con la regione speciale, sia con una crescente propaganda filo governativa, sia con la costruzione di moderne infrastrutture come il nuovo collegamento ferroviario ad alta velocità con la città di Canton.


Molte volte negli ultimi 22 anni, il più importante centro finanziario dell’Asia ha visto le sue strade invase dai manifestanti che rivendicavano il rispetto dei loro diritti (come durante la cosiddetta “Rivoluzione degli ombrelli” del 2014), ma la più grande ondata di proteste è senza dubbio quella di questi ultimi mesi, scatenata dalla proposta della governatrice filo cinese Carrie Lam di una legge che consentisse l’estradizione in Cina per i reati commessi ad Hong Kong.


Anthony Wallace/AFP via Getty Images

Il clou delle proteste è stata l’occupazione dell’aeroporto di Hong Kong. Il 12 agosto scorso migliaia di giovanissimi manifestanti (per lo più studenti) sono entrati in quello che è uno dei principali scali internazionali e si sono semplicemente seduti per terra. Centinaia di voli cancellati e migliaia di passeggeri bloccati hanno paralizzato la città e non solo per 24 ore. Le autorità di Hong Kong hanno sempre respinto le proteste anche con la violenza della polizia, ma, almeno su un punto, alla fine hanno ceduto: la legge sull’estradizione è stata ritirata. I manifestanti non si sono però fermati qui ed hanno avanzato ulteriori richieste: che la stampa controllata da Pechino non li definisca più come “sovversivi” (per il reato di sommossa rischiano fino a 10 anni di carcere), che venga aperta un’inchiesta sulla violenza della polizia, che il governo prometta di non riproporre più la legge sull’estradizione e che venga approvato il suffragio universale.


I giovani manifestanti di Hong Kong – nonostante le strumentalizzazioni del governo di Pechino – non vogliono l’indipendenza, chiedono solo che i loro diritti vengano tutelati e che la loro città mantenga l’autonomia (anche identitaria) che gli spetta. Le proteste – che paiono destinate a proseguire ancora a lungo – stanno mettendo a dura prova l’autorità del governo cinese, già alle prese con questioni economiche di enorme portata in uno scenario internazionale che vede Cina e Stati Uniti protagonisti di uno scontro doganale di dimensioni globali. In un contesto dagli esiti e dalle conseguenze sempre più incerti, di una cosa in molti sembrano essere sempre più sicuri: quella di Hong Kong è diventata una questione molto più grande di quanto il governo cinese sia disposto ad ammettere e di certo non si risolverà facilmente.


Edoardo Cavaleri

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