La dialettica dello Stato forte e l'Ungheria di Orban

di Ilaria Piromalli



Eravamo ai primi giorni della consapevolezza di quanto stesse succedendo intorno a noi e già in qualche programma, in qualche giornale, tra personalità insospettabili comincia a diffondersi la dialettica dello stato forte, dello stato autoritario, dello stato che sa decidere hic et nunc, qui e ora, bando alle libertà individuali, ai diritti specifici e a qualsiasi baluardo di libertà che l’individuo rivendichi anche mentre si mette più volte al giorno in fila per fare la spesa, indisturbato e sicuramento non percosso da chi ha il potere di far rispettare la legge. Lo abbiamo visto (più che visto, non visto) in Cina, su cui vi è la responsabilità pendente di non aver detto la verità, lo abbiamo visto in India.


La dialettica dello stato forte è quella che Orban ha sviscerato appropriandosi di un diritto costituzionale, quello dello stato di emergenza, che ha replicato nella sua forma più deleteria, attribuendosi il 30 Marzo 2020 pieni poteri per contrastare l’epidemia di coronavirus e dando così di fatto luogo a un colpo di stato.


I sostenitori dello stato forte si rifanno a un dibattito che indica la parziale incapacità dei singoli Stati di far fronte a delle situazioni emergenti ed emergenziali. Tra i suoi teorici troviamo il giurista e filosofo del diritto tedesco Carl Schmitt. In particolare Schmitt sottolinea come il sovrano sia chi decide dello stato di eccezione, ove stato di eccezione è quella “particolare concezione del potere politico [..] che impone di sospendere il rispetto delle leggi scritte e di dedicarsi con tutte le forze al superamento della situazione stessa”.


Presupposti sono una particolare condizione di emergenza e la temporaneità dell'evento.


Diversa è la situazione quando lo stato di emergenza diventa un espediente per poter meglio ottemperare alle mire sovraniste che già negli anni sono emerse a partire da un rigetto costante nei confronti delle basi della vita comunitaria.

L’Ungheria in questi anni è cresciuta notevolmente dal punto di vista economico e questo grazie quasi totalmente all’Unione Europea, quell’Unione Europea che con un atteggiamento di delirio di onnipotenza Orban sta ignorando in un momento di crisi comune.


In un’inchiesta pubblicata lo scorso anno su Il Corriere della Sera da Milena Gabanelli e Maria Serena Natale sui soldi che i Paesi sovranisti, tra cui l’Ungheria, prendono pur non rispettando i vincoli della convivenza comunitaria, emergono i 4,5 miliardi ricevuti nel 2017, gli stessi che a quanto riporta un articolo de Il Sole 24 Ore sono stati ricevuti nel 2016, con un contributo verso l’Unione di appena 900 milioni, diversamente ad esempio dall’Italia che pur ricevendo delle ingenti somme, ne è un contributore netto.

L'Unione Europea rappresenta per l’Ungheria di fatto il principale partner commerciale con una quota dell'80%.


Di contro l’Ungheria è anche il secondo stato per indagini aperte sull’utilizzo fraudolento di fondi comunitari, il più delle volte destinati a oligarchi vicini al premier Orban.

Quanto detto finora tace l’atteggiamento avuto rispetto alla gestione delle emergenze migratorie, dove, non è stato fatto mancare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per gli avvocati che presentano domanda d’asilo.


L’1 marzo è stato fatto di più, il consigliere per la sicurezza nazionale di Orban, Gyorgy Bakondi, ha sospeso l’ammissione di migranti nella zona di transito a tempo indeterminato, per via di una connessione tra Coronavirus e migrazione illegale. Una considerazione che non ha alcun fondamento scientifico, ma che tuttavia porta avanti un’azione politica che dal 2016 è molto chiara e probabilmente non abbiamo affrontato come Unione con l’urgenza che meritava.


In un momento di particolare fragilità, in cui si chiede da più parti la responsabilità di portare avanti un percorso condiviso che non lasci nessuno indietro e che ruoti attorno alla salvaguardia della salute delle persone, non possiamo più accettare che siano dei singoli egoismi a sacrificare degli sforzi incessanti di lavoro.


In fondo, se aveste una squadra di calcio ad esempio, e uno dei vostri calciatori iniziasse a vendere le partite del campionato, sia chiaro, pensando solo alle proprie di tasche, quanto riuscirà a tirare avanti indisturbato? E fino a quando avrà il benestare di tutti?


La differenza tra uno Stato di diritto e uno che non rispetta nemmeno la dignità dell’individuo, chiunque esso sia, sta qua, nella verità. È anche la differenza tra la realpolitik e una frase di Schmitt, finanche troppo abusata.

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