Davanti al ddl Zan la domanda è una sola: a cosa serve il diritto?

di Silvia D'Oria e Giulia Conese


Il 29 luglio 2020 è stato approvato in Commissione Giustizia alla Camera il disegno di legge contro l’omobitransfobia e la misoginia (detto Zan dal nome del suo relatore).

Il testo è arrivato in Aula il 3 agosto, rimandato prima per l’emergenza Covid (giustamente) e poi per la valanga di emendamenti presentati dalle opposizioni: la tecnica è la stessa utilizzata per la l.76/2016 Cirinnà sulle unioni civili, sempre da coloro che affermano di non utilizzare giochini di palazzo, ovvero affogare la legge per non discuterla nel merito. La votazione è stata ulteriormente rinviata ad ottobre, ma aspettiamo che il cielo mandi un segno per continuare a sperare. Del resto, alla luce dei nuovi tagli intervenuti – certamente la priorità per il nostro Paese – ci candidiamo ad eguagliare Wakanda (forever) in merito ad efficienza legislativa e progresso. Domando scusa per le citazioni Marvel ma talvolta mantenere la serietà è cosa vana dinanzi al dilagare di tanta sciatteria (costituzionale e non).

Del ddl Zan, così come della Cirinnà, si è detto tutto ma letto e approfondito poco. Cercando di riassumere – non me ne vogliano i tecnici – il ddl Zan si pone l’obiettivo (fra le altre cose) di modificare gli artt. 604-bis, comma 2 e 604-ter del codice penale che puniscono chi istiga o commette atti discriminatori e/o violenti su basi razziali, etniche e religiose, aggiungendo a tale lista anche il genere, l’orientamento sessuale e l’identità di genere.

Oltre a tale modifica, il ddl Zan vorrebbe l’incremento di quattro milioni di euro all’anno al Fondo per le politiche ai diritti e alle pari opportunità e il finanziamento di politiche per la prevenzione e il contrasto della violenza per motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere e per la creazione di case rifugio per chi, a causa del proprio orientamento sessuale e/o identità di genere, abbia la necessità di trovare un luogo sicuro pronto ad accoglierlo.

Sono anche altre le proposte del ddl, consiglio a chi voglia di consultare il resoconto stenografico dei lavori parlamentari per approfondire l’argomento e anche, perché no, per confermare che talvolta non sono i numeri il problema ma la qualità del capitale umano investito.

Mi preme, però, sottolineare i due punti citati non tanto per le proposte quanto, piuttosto, per le obiezioni presentate dalle opposizioni.

Partiamo per questa fantastica avventura, amici.

1. È una legge liberticida

La Costituzione della Repubblica italiana tutela la libera manifestazione del pensiero (art. 21). In Commissione, in sede di discussione del ddl Zan, è stata quindi inserita una clausola salva idee che consente e garantisce la libera espressione di convincimenti ed opinioni, nonché le condotte legittime, riconducibili al pluralismo delle idee e alla libertà delle scelte. Dunque nessuna negazione della libertà di opinione. Ma di opinione, appunto. Perché gli articoli del codice penale che il ddl Zan si pone l’obiettivo di modificare in senso estensivo sanzionano non idee ma atti di violenza, definita da Treccani come “tendenza abituale a usare la forza (fisica) in modo brutale o irrazionale, facendo anche ricorso a mezzi di offesa, al fine di imporre la propria volontà e di costringere alla sottomissione, coartando la volontà altrui sia di azione sia di pensiero e di espressione, o anche soltanto come modo incontrollato di sfogare i proprî moti istintivi e passionali”.

Dunque delle due l’una: o i colleghi dell’opposizione confondono libertà e violenza e si esprimono, a loro dire legittimamente, mediante la violenza – e questo mi spaventa un po’ perché a casa mia questo prende il nome di fascismo – oppure non conoscono il significato delle parole libertà e violenza – e questo mi spaventa altrettanto sottolineando il fallimento di un sistema educativo che, da assonnato, ha generato mostri (Gentile permettendo);


2. Costa troppo allo Stato, proprio ora che abbiamo altre priorità

Come detto il ddl Zan vorrebbe aumentare per un totale di quattro milioni all’anno il Fondo per le politiche ai diritti e alle pari opportunità e il finanziamento di politiche. La finalità è quella di prevenire e contrastare la violenza contro orientamento sessuale e identità di genere. Quei fondi servirebbero per la creazione di case rifugio per omosessuali, trans, cacciati via dalla famiglia e senza casa.

Significa, in buona sostanza, che d’ora in avanti ogni figlio omosessuale o trans, ogni donna abusata, ogni persona discriminata e cacciata via potrà trovare una casa e non lasciarsi andare per strada o altrove dov’è peggio, molto peggio. Potrà trovare una cura, una soluzione, una casa nel senso più ampio della parola. Domando ai colleghi dell’opposizione: vi genera così tanto ribrezzo aiutare questi esseri umani, vi fa così tanto schifo? Questi figli non amati, compagne non comprese, fratelli e sorelle irrisi e perseguitati? Questi sono figli che con il loro lavoro contribuiscono a pagare i vostri stili di vita –ipocriti e non –, contribuiscono a farvi parlare nei talk show, contribuiscono allo sviluppo di questo Paese anche più di voi. Domando nuovamente: è questo il rispetto che avete nei confronti dei vostri fratelli e sorelle?

Ma soprattutto, scoprite solo ora che la tutela di un diritto ha un costo? Scoprite solo ora che per tutelare le persone, cittadini e non, è necessario che lo Stato intervenga e che spenda, redistribuisca risorse, dia attenzione a chi attenzioni non ha mai avuto pur esistendo, pur respirando? Scoprite solo ora che i soldi dello Stato non servono solo per peculato e concussione?

Vorrei tornare un momento alla domanda iniziale, allora, a cosa serve il diritto? Il diritto, la legge, con buona pace degli aspiranti pistoleri di questo Paese, non persegue solo finalità punitive; il diritto, la norma – parola a cui siete tanto avvezzi quando si parla della normale anormalità degli altri – ha finalità (ri)educative. So bene che l’educazione in questo Paese fa più paura di parole che hanno sgomitato sui giornali in questi anni, default, quantitative easing, deflazione, inflazione; so bene che governare e ordinare ad un gruppo omogeneo e tutto uguale è più semplice e fa comodo.

So bene tutte queste cose ma non vogliamo continuare ad avere un Parlamento disinteressato, distaccato non da quello che potrebbe essere ma da quello che già è.

Nell’avvincente lettura del resoconto stenografico della discussione in Aula, un commento in particolare ha attirato la mia attenzione: Maria Teresa Bellucci, Deputata della Repubblica Italiana e quindi rappresentante della Nazione tutta – quota Fratelli d’Italia – pronuncia quella che a ben dire potrebbe intendersi come un’ammissione di colpa: “E, invece, questa proposta di legge […] lascia ai magistrati e alla magistratura l'ampio spazio di interpretazione. Non è la magistratura ad arrogarsi questo diritto, ma è il legislatore che, come spesso accade, depone la sua funzione, non si assume quella piena responsabilità e lascia, invece, alla magistratura l'ampio spazio e il dovere di dover decidere”. Quindi lei, Deputata, sta ammettendo che la magistratura negli ultimi vent’anni (ad essere ottimisti) si è dovuta sostituire al legislatore facendo da tappabuchi e cercando di trovare un inquadramento giuridico quando voi, Onorevoli Deputati e Senatori, non ve ne siete mai occupati?

Sono piacevolmente sorpresa, Deputata, di questa consapevolezza ritrovata del vostro distacco – come dite voi? – dal Paese reale, quello di migliaia di bambini figli di coppie formate da persone dello stesso sesso che a scuola subiscono bullismo perché non c’è nessuno a punire i bulli. So’ ragazzi, no?

La logica conseguenza, dunque, è quella di continuare a lavorare a tamburo battente per approvare questa legge e tutelare situazioni, legami e rapporti che esistono già ovunque se non agli occhi di un legislatore che, assonnato, ha generato mostri. O no?

È a questo che serve il diritto, Deputata Bellucci, a dare un orizzonte di crescita a tutti noi, a farci intravedere una prospettiva, a darci le regole di convivenza civile. Le stesse regole che ci educano a riconoscere ciò che ferisce gli altri e pregiudica noi, ciò che distrugge e ciò che invece può darci la speranza di avere un futuro. Anche solo le regole per definire ciò che esiste già, ciò che si voglia o no esiste ed esisterà nonostante le accuse di (dubbia) amoralità.

È questo il momento in cui vi chiediamo di lavorare, in cui chiediamo alla maggioranza, alla società civile, alle forze politiche extraparlamentari di agire e approvare questo ddl perché i bambini che vent’anni fa venivano menati a scuola perché femminucce si sono dovuti salvare da soli – quando ce l’hanno fatta – ma noi possiamo ancora proteggere le femminucce di oggi perché non ci accusino di aver di nuovo dormito e di nuovo generato mostri.

Il diritto serve a proteggere anche quei bambini bullizzati a scuola, quei bambini vogliono solo vivere e giocare e ridere. E quindi domando, vi fanno così schifo quei bambini?

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