Coronavirus: senza la geografia è uno studio parziale

di Andrea Brambilla

Mentre scrivo questo articolo in Italia abbiamo due casi di Coronavirus accertati, ieri è atterrato l’aereo militare proveniente da Wuhan con a bordo 67 connazionali pronti a quattordici giorni di quarantena presso la città militare della Cecchignola. La psicosi è onnipresente, a Milano la gente usa le mascherine più in metropolitana che all’aperto nonostante servirebbero di più per evitare l’aria pessima di questi giorni. A Roma, davanti alla stazione Termini, i venditori abusivi non hanno perso tempo per sfruttare la paura e ora vendono le mascherine a 10 euro, tutto normale.


Da geografo non vi parlerò del virus come farebbe medico o un immunologo (anche se sono molto contento di come l’Italia ha dimostrato nuovamente di avere uno dei migliori servizi sanitari al mondo, nonostante il precariato; ma questo è un altro discorso) seguirò una logica diversa, che ha come punto fermo il motivo che mi ha portato ad appassionarmi a questa materia: il modo in cui le popolazioni utilizzano lo spazio.

Nel raccontare il virus, medici, politici e giornalisti hanno tutti fatto (chi più, chi meno) il loro lavoro, ma in tutte queste belle narrazioni ne è mancata una geografica che neanche i geografi italiani sono riusciti a fare in quanto non riescono ad uscire dalla propria bolla, incapaci di portare contributi seri ed utili alla ricerca e ad un’ampissima fetta della società italiana.


Il primo strumento, nonché il più banale per avere una visione d’insieme è la mappa. Il Center for Systems Science and Engineering della statunitense Johns Hopkins University ne ha sviluppata una, aggiornata quotidianamente, che mostra la diffusione del Coronavirus in tutto il pianeta. Si tratta dell’unico strumento geografico a disposizione dei cittadini per informarsi in modo chiaro sulla localizzazione geografica del Coronavirus.

Sono fermamente convinto che la mappa del Coronavirus sia il miglior strumento contro la psicosi e contro le Fake News da cui siamo inondati, perché permette di spostarci su di un piano superiore, un piano “altro”, uscendo dalla dimensione terrestre e osservandone la diffusione senza dover per forza esserne chiamati in causa.


Mondializzazione e Globalizzazione

Arriviamo alla chiave di volta dell’articolo, secondo molti esperti, e i dati già lo provano, questo virus è molto più contagioso delle precedenti epidemie come SARS e MERS ma fortunatamente meno letale. Il contagio è il motivo per cui, a mio avviso, siamo davanti a qualcosa di mai visto prima, a una sfida che per la prima volta il mondo dovrà affrontare unito (si, ci sarebbe anche quello del riscaldamento climatico, ma dato che gli effetti si vedono sul lungo termine, è un continuo rinviare) perché nei fatti è legato insieme da una complessa rete di relazioni economiche, politiche e sociali come non si era mai visto prima, superando il precedente dell’influenza spagnola che, tra le due guerre, uccise più di 100 milioni di persone.

Mondializzazione e Globalizzazione sono due termini molto diversi tra di loro, mentre il termine globalizzazione attiene principalmente alla sfera degli scambi economici, il significato della parola mondializzazione è molto più profondo e presuppone un nuovo modo di concepire il mondo in rete, avendo la mobilità come vettore principale.

Il termine “mondializzazione” amplia notevolmente il significato del termine “globalizzazione” in quanto non è la semplice somma di tanti locali a produrre il globale, locale e globale sono interrelati tra loro, il locale assume differenti definizioni in base ai movimenti, e il mondo in rete può essere considerato come la nuova intelaiatura analitica in cui i nodi del mondo Mondializzato sono le città. Seguendo questa logica possiamo arrivare a dire che il Coronavirus è la prima pandemia di un mondo completamente mondializzato, motivo per il quale è importantissimo conoscere e comprendere la geografia che sta alla base delle reti mondiali.


La domanda da porsi è: perché Wuhan?

Wuhan è il centro ideale per il propagarsi di un’epidemia, si tratta di una megalopoli con più di 10 milioni di abitanti nell’area urbana e una densità di 7,242 ab/kmq nei distretti centrali (Milano città ne ha 2.063 ab/kmq), dove è situato l’Huanan Seafood Market, il mercato del pesce (e di animali vivi) da cui pare – sebbene non vi siano certezze assolute – sia partita l’epidemia. Nel 1990, solo 30 anni fa, Wuhan di abitanti ne aveva “solo” 6 milioni, la Cina è stato il primo, tra i paesi in via sviluppo, a subire una forte urbanizzazione, che l’ha portato ad essere uno degli Stati con le più grandi città del pianeta. Del resto però, come accade in tutte le fasi di transizioni in cui si passa da uno stile di vita rurale ad uno urbano, certe tradizioni, che per il mondo occidentale possono risultare arcaiche, rimangono presenti nella cultura. È il caso del mercato del pesce e dalla vendita di animali vivi, dove ancora si mescolano persone e animali. Nulla di nuovo, alla fine, era già avvenuto con la SARS a Guangdong.


Questa è la prima caratteristica geografica, e si tratta di una caratteristica locale: un’area urbana ad alta densità dove sono ancora presenti mercati di animali vivi, un punto di partenza perfetto per un virus. Wuhan però non è un paese rurale con troppi abitanti, Wuhan è una vera e propria megalopoli connessa con la sua campagna quanto con le altre città della Cina, connessa con l’Asia quanto con il resto del mondo. In città sono presenti multinazionali di ogni tipo e il suo aeroporto, nel 2018, ha superato i 24 milioni di passeggeri, ecco la globalizzazione che, insieme alle caratteristiche locali del virus hanno portato a una mondializzazione dello stesso.


Tutto questo è riscontrabile nei dati, se la Cina resta il paese maggiormente colpito, la maggior parte dei casi (13.522 su 20.448 al 03/02/2020) resta confinato nell’Hubei, la regione di Wuhan. Al tempo stesso però ci sono più casi negli Stati Uniti che nel Tibet, una delle più remote regioni della Cina.


Senza fare previsioni, alcuni dati possono risultare interessanti come il fatto che l’unico contagiato in Finlandia è stato ricoverato il giorno 28 Gennaio e da lì non seguiti nuovi casi, stiamo certamente parlando di uno dei paesi con la più bassa densità abitativa e un sistema sanitario all’avanguardia. Che dire invece dell’India? Finora i casi si contano sulle dita di una mano (3) ma non è escluso che nel secondo paese più popolato dopo la Cina, con una sanità non certo migliore il rischio che l’epidemia si diffonda è reale.


Questo è l’impatto diretto del virus sulle persone. Dall’altro lato della medaglia c’è quello sull’economia, frutto anche della psicosi diffusa verso le attività gestite da cinesi. È innegabile che sia in atto una ripercussione economica su tutto il pianeta: il blocco della mobilità ha portato a centinaia di treni ed aerei fermi, la domanda di petrolio in Cina è crollata e questo ha portato il prezzo a fare lo stesso, effetti immediati sono visibili anche nelle località turistiche: da Roma a Venezia il numero di turisti cinesi è crollato.


Lungi da me fare previsioni, ogni giorno ne escono di nuove dai più importanti forum economici del pianeta. Di certo però, per comprendere questi fenomeni di scala mondiale, avere una base geografica è indispensabile, la geografia dovrebbe costituire la base analitica da cui le altre discipline possono ricavare elementi di base. Tuttavia, credo che né la società italiana né la maggior parte dei geografi accademici che potrebbero portare un contributo molto migliore del mio l’abbiano ancora capito.

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