Quindi conta l'opinione di Trump in politica estera?

di Diego Canaletti

Ha destato piuttosto scalpore la decisione degli Stati Uniti di ritirare i propri soldati dal nord della Siria che ha segnato un sostanziale abbandono dei curdi, con cui gli USA avevano collaborato attivamente per combattere il Califfato Islamico. Il gesto ha segnato da una parte la fine di una forma di intervento statunitense nel Medio Oriente, dall’altra ha anche aperto la strada ad un’offensiva turca nei territori a Nord della Siria, dove la maggioranza della popolazione è appunto curda.

La questione turco-curda è però solamente una delle vicende che ha reso questa storia particolare. Da più parti ho sentito dire che in fin dei conti la decisione statunitense di retrocedere dalle posizioni a Nord della Siria non può essere imputata solamente al Presidente Trump ma che vi sono dietro altri organi decisionali. In quest’articolo provo a spiegarvi perché è lecito sostenere il contrario.

L’opinione di Trump conta, molto. Vediamo perché.


Per prima cosa bisogna ricordare che il governo USA è un governo presidenziale. È il Presidente che decide e nomina chi sono i membri del proprio gabinetto. È poi necessario che il Senato approvi la nomina. Tale processo non è necessario per i ruoli di consigliere al Presidente, come il National Security Advisor.

Alcuni dei Segretari e consiglieri del Presidente siedono poi nel National Security Council, il luogo deputato a trattare le questioni militari, sicurezza nazionale e di politica estera.

Il National Security Council non è un’invenzione di Trump. La sua istituzione risale all’Amministrazione Truman, per comprendere dunque quanto l’opinione del Presidente conti all’interno di un organo di questo tipo è necessario osservare chi vi siede. E nel caso in questione per quanto tempo.

Non è una novità e non è neanche una verità da rivelare: l’attuale Amministrazione ha un turnover molto più alto rispetto alle precedenti. Come è possibile vedere qui, la Casa Bianca ha cambiato l’80% dei membri originali. Il grafico di Brookings ci mostra come Trump abbia superato in soli tre anni il turnover che le precedenti cinque amministrazioni hanno registrato nel corso del loro primo mandato. Questo dato non è da leggere solamente come la conseguenza di una gestione manageriale dell’attuale Presidente. Ma va analizzata tenendo conto delle sue posizioni politiche che si intrecciano, inesorabilmente, con le posizioni personali. Solamente in questo modo è possibile comprendere l’attuale governo americano fuori da canoni e analisi semplicistiche.


Trump si è presentato come un outsider del mondo politico e probabilmente questo è stato uno dei suoi tratti che lo ha aiutato a vincere su Hillary Clinton. Ma Trump non è stato il primo outsider nel mondo presidenziale USA. Ciclicamente si presentano candidati che promettono di rompere con l’establishment e con la “palude” di Washington. Lo prometteva Carter, lo prometteva Reagan e lo prometteva Bush Jr. che giurava di riportare il decoro alla Casa Bianca dopo lo scandalo Lewinsky. Si può dire che dunque Trump non ha inventato niente, così come non ha inventato il motto Make America Great Again usato sia da Reagan che da Bill Clinton.

La vera novità sta però nel modo in cui Trump si approccia concretamente alle questioni della politica estera. Se Carter e Reagan si sono lasciati guidare dagli obiettivi geopolitici americani promossi dall’Amministrazione McKinley in avanti, Trump sembra voler chiudere con questa fase della politica americana.


Per quanto possa farci piacere pensarlo, non è possibile affermare che i leader siano razionali nell’intraprendere le loro decisioni di politica estera. Il modello dell’attore razionale e dell’utilità, secondo cui i decisori politici hanno chiaramente una lista esaustiva di informazioni e gestiscono l’intero agire sociale secondo tale l’utilità. Nixon e Kissinger, nel decidere se bombardare o meno la Cambogia non hanno guardato alle rispettive curve di indifferenza.

La politica estera è un ambito in cui le percezioni contano molto, perché la mente umana non solo tende alla semplicità ma perché le informazioni raccolte vengono filtrate con l’ausilio delle credenze e dei valori che ciascuno di noi possiede.

Donald Trump, nel corso della campagna elettorale, ha affermato che gli Stati Uniti dovevano concentrarsi maggiormente nell’ambito domestico piuttosto che in quello estero. Criticava l’interventismo militare della candidata democratica che ad esempio proponeva l’istituzione di una No-Fly Zone nel territorio siriano. La politica estera USA doveva limitarsi a portare benefici alla popolazione americana, benefici misurabili concretamente. Da qui l’attenzione verso la bilancia commerciale nei confronti della Cina e dell’Unione Europea.

All’interno di Fear, libro di Bob Woodward, vi è un segmento in cui Trump discute con Gary Cohn sull’importanza del deficit commerciale. Nonostante Cohn gli spieghi che il deficit commerciale non abbia effetti negativi sull’economia statunitense – perché i soldi risparmiati dai cittadini nel comprare beni importati vengono spesi nei confronti dei servizi prodotti e venduti negli Stati Uniti (facendogli l’esempio dei negozi presenti all’interno della Trump Tower) – il Presidente, comprendendo di non aver ragione, afferma comunque che quella è l’idea che ha del mondo e che non può farci niente al riguardo.

Lo stesso discorso lo si può fare nei confronti della politica estera o meglio soprattutto nei confronti della politica estera.

Trump non ha una buona considerazione nei confronti dei generali e dei consiglieri che lo affiancano nelle sedute del NSC. Durante queste sedute ha più volte affermato come non capissero niente, li apostrofa con il termine “globalisti”, afferma che gli altri Paesi, anche alleati, hanno l’unico obiettivo di approfittarsi della benevolenza e della difesa degli Stati Uniti senza dar nulla in cambio. La reciprocità del rapporto è la chiave dei discorsi che Trump. E sono proprio la diffidenza e la differenza sulle questioni politiche che ha portato l’attuale amministrazione a cambiare così tanti membri nel corso del suo mandato.


Donald Trump è un leader populista. Ed è dimostrato come i leader populisti tendano nel vedere nelle istituzioni un ostacolo per l’attuazione delle proprie politiche. Queste istituzioni non sono necessariamente gli organi che costituiscono il sistema di check and balances ben noto del sistema presidenziale americano, ma va esteso anche ai vari organismi che compongono il governo americano.

Dal gennaio 2017 all’ottobre 2019 si può notare all’interno dell’amministrazione Trump una chiara tendenza alla nomina di persone con idee politiche sempre più simili alle proprie.

Il primo Segretario di Stato, Rex Tillerson è stato sostituito da Mike Pompeo, ex direttore della CIA. Se Tillerson era restio nel mantenere un rapporto muscolare con gli alleati e non era capace di trattare con il Presidente (definito da Tillerson persino deficiente), Pompeo si sta dimostrando molto più incline alle richieste del Presidente. Il medesimo aspetto si può osservare con i Consiglieri della Sicurezza Nazionale. Mentre il primo consigliere, Michael Flynn, è stato fatto dimettere ufficialmente per aver mentito al Vicepresidente Pence, i due successivi H. R. McMaster e John Bolton si sono licenziati o sono stati licenziati per le loro visioni distanti da quella presidenziale.

McMaster proponeva, ad esempio, un maggior coinvolgimento delle truppe nel terreno afghano o in un diverso approccio nei confronti della NATO, mentre Trump spingeva per una riduzione sempre maggiore dell’impegno nello Stato o per considerare l’Alleanza Atlantica obsoleta. John Bolton è sempre stato noto per le sue posizioni interventiste nei confronti di tutti i cosiddetti “Stati canaglia”, come Iran e Corea del Nord. Proprio nei confronti di quest’ultimo, Bolton poco tempo prima di entrare a far parte dell’Amministrazione, aveva affermato che sarebbe stata lecita una guerra preventiva nei confronti di Pyongyang, una posizione di netto contrasto visto il rapporto umano che Trump ha voluto coltivare con Kim Jong-un. O ancora la netta contrarietà di Bolton di aprire un tavolo di pace con il regime talebano mentre Trump intende procedervi rapidamente per ritirare il proprio esercito da Kabul. Per non parlare di Jim Mattis, nominato Segretario alla Difesa perché, secondo Trump, Obama lo aveva trattato in maniera scorretta e poi definito il “generale più sopravvalutato al mondo” dopo le sue dimissioni in contrasto con il ritiro delle truppe siriano.

“Se fosse per John, saremmo in quattro guerre”

Vi è infine una caratteristica da tenere a mente quando si pensa ai decisori politici. Alcuni vengono eletti, altri no. Molti degli eletti repubblicani – in particolare quelli che hanno un seggio da prima dell’elezione di Donald Trump – sono molto più interventisti rispetto ai media conservatori e alla propria base elettorale.

Trump si è fatto eleggere proprio sulla base di ridurre sostanzialmente l’impegno militare. Nella campagna per le primarie ha sconfitto Marco Rubio e Jeb Bush che erano considerati due falchi della politica estera. La promessa dunque sembra esser frutto sia di una corretta lettura dei bisogni della popolazione come conseguenza della débâcle irachena (proprio come negli anni ’80 i cittadini statunitensi vedevano di cattivo occhio un eventuale intervento militare all’estero dopo il Vietnam, il fallito tentativo di liberare gli ostaggi di Teheran e dell’attentato a Beirut) ma anche della personale percezione di quella che dev’essere la politica estera statunitense.


Trump nel corso del suo mandato ha quindi ridotto l’influenza e l’importanza dei consiglieri e membri del Gabinetto, con un notevole accentramento del potere nell’ambito della politica estera. L’esempio più lampante e recente è la lettera scritta ad Erdogan proprio all’inizio della crisi curda, un documento scritto interamente in un linguaggio trumpiano. Inizialmente, l’inserimento di termini ed espressioni care al presidente era limitato a qualche singola frase, non all’intero documento.


Lo stesso Congresso, infine, non è riuscito ad imporsi efficacemente anche davanti a mozioni bipartisan.

Se Hillary Clinton aveva la possibilità di distanziarsi dalle visioni di Barack Obama quando era la sua Segretaria di Stato, questo non sembra esser possibile all’interno dell’Amministrazione Trump. A meno di non voler esser licenziato con un… tweet.

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