25 novembre, ogni giorno

di Eleonora Fiorillo


Il 25 Novembre è una giornata che mi provoca emozioni contrastanti.

Rabbia, frustrazione, grande forza, impotenza, coraggio.

Forza e coraggio: fa quasi sorridere se letti di seguito, lo si dice nelle situazioni più spiacevoli “dai, forza e coraggio!”, ma di fatto sono due sentimenti necessari che si completano a vicenda.

D’altronde, serve tanta forza in giornate come questa. Forza nel non ribattere a determinate affermazioni, forza nel leggere storie atroci. E coraggio ogni giorno.

Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ricorrenza istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 17 dicembre 1999. Una data scelta appositamente per omaggiare e ricordare le tre sorelle Mirabal: tre donne che tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo negli anni ‘60 e che proprio il 25 novembre, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in carcere furono rapite, torturate, stuprate e brutalmente uccise.

Una storia, la loro, che sembra però ripetersi il tutto sotto i nostri occhi, sotto gli occhi del mondo intero; in Sudamerica (la nascita del movimento NI UNA MENOS ne è la prova) così come nel resto del mondo.

Sta avendo luogo in Paesi che, spesso, sembrano “lontani” da noi e dalla nostra cultura.

E allora perché quando esco di casa la sera ho comunque quel pensiero, quella paura che possa spuntare una macchina da un momento all’altro, con a bordo qualcuno di veramente forzuto che mi trascini dentro con la forza?


L'ISTAT ha registrato che nel 2018 i soli femminicidi sono stati 142 (di cui 119 in famiglia) su 352 omicidi totali. Il trend degli omicidi totali, negli ultimi 20 anni, è diminuito costantemente, mentre quello dei femminicidi è rimasto invariato. Mentre scrivo, noto con ironia che la parola “femminicidio” è segnata in rosso, come se fosse un errore di battitura, come se non esistesse e fosse una parola inventata. Suvvia Office, ti facevo più avanti di così.

Nonostante i dati oggettivi, c’è ancora chi afferma che la violenza è violenza e come tale vada condannata e che dunque sia sbagliato differenziare l’omicidio di genere dall’omicidio in generale.

Ma avrei proprio due cose da ridire a tal proposito: la psicologia che esiste dietro al femmicidio afferma che la causa sociale della violenza viene attribuita alla tendenza maschile a non considerare le donne come individui indipendenti e con il diritto di autodeterminarsi ma come cosa propria. L’aumento di casi di violenza e femminicidio viene spesso associato al fatto che stiamo vivendo una fase di mutamento dell’identità femminile: il progresso che porta all’emancipazione e alla libertà e che viene quindi vissuto dagli uomini come una minaccia alla propria virilità o al diritto al dominio sessista.

Viviamo in una società che sin dai tempi passati si è affermata come patriarcale, in cui l’uomo era colui che tirava le file del lavoro, delle decisioni politiche e familiari. L’immagine della donna è sempre stata associata alla famiglia, alla casa, e il fatto che molte donne prima di me si siano battute per ottenere, tra i tanti, il diritto di voto ne è la prova.


Anche nei “recenti” anni ’60 è possibile notare questo fenomeno semplicemente dando uno sguardo approfondito alle pubblicità dell’epoca, e purtroppo tutt’oggi ancora qualche azienda non ha perso il brutto vizio di stereotipare i generi costruendo immagini potrebbero trovare approvazione nei più beceri populismi. “E FATTELA UNA RISATA!”. Anche no.

Vorrei soffermarmi proprio sulla parola “stereotipo”. Per la psicologia sociale, infatti, uno stereotipo corrisponde a una credenza o a un insieme di credenze in base a cui un gruppo di individui attribuisce determinate caratteristiche a un altro gruppo di persone. Non a caso, esiste un tipo di stereotipo molto delineato chiamato “machismo tossico”, ne avete mai sentito parlare? Solitamente viene spinto dagli uomini su altri uomini, e purtroppo, troppo spesso, anche dalle donne stesse. Alcuni tratti tipici di questo preconcetto è l'idea diffusa di considerare le interazioni maschio-femmina come competizione, non cooperazione. Un’altra tipica è che gli uomini non possono veramente comprendere le donne, e viceversa. E come ne segue, nessuna vera amicizia si può sviluppare tra sessi differenti. Si aggiunge a ciò l'aspettativa che i “Veri Uomini” siano forti, e che mostrare emozioni sia incompatibile con l'essere forti. La rabbia viene inquadrata o come l'eccezione alla regola, o non come un'emozione. A questo discorso, si collega quindi l'idea che essi non possano essere vittima di abuso, o che parlarne sia qualcosa di cui vergognarsi.

“Gli uomini sono fatti così”: l'aspettativa secondo cui i “Veri Uomini” siano sempre e comunque interessati al sesso, al fare sesso, e pronti a fare sesso la maggior parte delle volte se non sempre.

Come mai se una donna afferma di masturbarsi può essere vista come una ninfomane mentre per gli uomini è quasi normale, naturale, che lo facciano? Ad un certo punto della loro adolescenza, i ragazzi iniziano a parlare di porno e di quante volte si trastullano nel corso di una giornata, come se stessero parlando di una semplice partita di calcio, la stessa facilità. Ciò per le ragazze non avviene, c’è ancora una grande patina di pudore e vergogna che ci avvolge perché nessuno ci ha mai detto che è normale e che abbiamo diritto di parlarne e farlo proprio come gli uomini.


Violenza, per noi donne, significa molte cose.

Significa non essere tranquille ad andare in giro da sole di sera, anche se indossiamo una tuta e abbiamo i capelli sfatti.

Significa aver a che fare quasi ogni giorno con sguardi insistenti, indesiderati, commenti fuori luogo e clacson suonati.

Significa che se di sera stai camminando per tornare a casa, fai finta di chiamare qualcuno al cellulare e magari inventarti di avere il fratello o padre poliziotto. Spesso chiamiamo qualcuno per davvero: “fammi compagnia mentre torno a casa”.

Significa che se sul luogo di lavoro, o in generale anche nella quotidianità, sei arrabbiata o nervosa, allora “ma hai le tue cose?” oppure, il classico, “sicuramente non scopa da anni per essere così nervosa”.

Significa essere giudicate per l’aspetto fisico, essere costantemente, h24, sotto stereotipi di bellezza per dimensioni di (ed ecco qua la formula matematica che tutti stavate aspettando): tette x culo + labbra : capelli in ordine sotto radice quadrata di fisico tenuto in allenamento – peli sotto controllo e manicure. Ragazzi che fatica.

E ancora, stereotipi, stereotipi, stereotipi. Guidiamo male, andiamo in bagno sempre in due, ci inteneriscono tutti i bambini e cagnetti, parliamo male delle altre donne e siamo rompiballe, complicate, incomprese, se ci piace fare sesso e condividere questo piacere con altri uomini siamo mignotte ma se ci attacchiamo solo ad un ragazzo siamo bigotte.

Ripeto, ragazzi che fatica.


Per tutte queste cose provo rabbia e frustrazione, e mi sento impotente di fronte a dei pensieri così spesso radicati nelle mentalità comuni (spesso delle donne stesse) che sento essere questa una battaglia molto più grande, che non si ferma solo alla violenza fisica. Essa sfocia a causa proprio di questi cliché, presi non abbastanza in considerazione. E allora quando si parla di rispettare le donne, da che punto di vista lo si guarda? Ti rispetto e te lo dimostro solo perché non ti metto le mani addosso o non ti insulto? Cosa significa veramente avere, nel 2019, pari diritti tra uomo e donna?

Ci sono violenze che sono intrinseche in società molto più di quello che pensiamo e per questo invito la riflessione di tutti, donne e uomini, perché si lotti insieme affinché queste credenze limitanti siano neutralizzate. È il retaggio culturale che va cambiato, ed è ciò che davvero, un domani, farà la differenza. Non siamo oggetti, non siamo inferiori.

Forse solo così, un giorno, potremmo finalmente camminare per strada senza avere paura.

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